lunedì 5 luglio 2021

SPLENDORI A CORTE - LE PORCELLANE DEI DUCHI DI PARMA ALLA REGGIA DI COLORNO di Rita Guidi

 


Quattrocento stanze. E il sussurro di una storia contesa tra eleganza e follia. Reggia di Colorno: lo splendore del Seicento avvitato su un tessuto ancora più antico. Profilo che addita immediato agli orizzonti di Versailles…il palazzo…il giardino…e cioè uno spettacolo. Del resto fu proprio  Luisa Elisabetta, moglie di Filippo Farnese ( che al contrario del fratello fece di Colorno la sua residenza principale) e figlia del Re di Francia Luigi XV, che volle un tale  splendore per l’intero complesso. Nel Trecento semplice baluardo militare, nel Cinquecento, con la contessa Barbara di Sanverino, dimora signorile, inizia ad assumere un profilo di grandezza con l’ausilio dell’architetto Ferdinando Galli Bibbiena (dopo la confisca dei beni della contessa da parte di Ranuccio Farnese, nel 1612). Furono quelli gli anni in cui l’edificio assunse l’aspetto attuale. Ma il tocco grandioso fu opera di Babette che all’architetto francese Ennemond Alexandre Petitot affidò l’incarico di ristrutturare il palazzo. Per questo furono chiamate maestranze francesi che insieme agli artigiani di corte trasformarono gli interni della Reggia fino a renderli simili a quelli che la duchessa aveva conosciuto a Versailles. 

 E poi? Alla morte di Ferdinando, figlio di Filippo di Borbone e succeduto al trono nel 1765, il Ducato di Parma venne annesso alla Francia di Napoleone. Nel 1807 la Reggia di Colorno venne dichiarata “Palazzo Imperiale”; ma una nuova fase di importanti cambiamenti ebbe luogo dopo la caduta di Napoleone, quando Colorno e l’intero Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla furono assegnati alla moglie del deposto imperatore, Maria Luigia d’Austria.
In circa trent’anni di regno, Maria Luigia, amata duchessa di Parma, impresse agli appartamenti ducali e al grande giardino il segno indelebile del suo gusto.

E prima che tutto questo diventasse follia. Perché passeggiando in queste stanze ora sbiancate dell’antica bellezza, si avverte già il pugno nello stomaco degli eventi, quando si sale verso le stanze volute discoste già da Ferdinando. Timoroso degli echi rivoluzionari d’oltralpe, si fa approntare un appartamento dalla facciata anonima e modesta, anche se rallegrata da un delizioso, elegantissimo osservatorio astronomico. Un gioiellino di bifore, meridiane e rose dei venti, dal quale però si scorge l’ombra lugubre del diroccato manicomio. Già abitazione di chi ne fu direttore, questi antichi appartamenti – ora restituiti al visitatore – hanno del resto subito l’oltraggio dell’abbandono: i pipistrelli come unici abitanti di quel meraviglioso osservatorio…

Follia, certo, come quella che aleggia nelle stanze svuotate, adibite anche quelle a ‘luogo di cura’… Quattrocento. Ora in parte ritrovate. Come lo splendido salone che affaccia sul parco. Trionfo di luce e di eleganza, cornice di bellezza fragile: perché ora in mostra ci sono le porcellane preziose (Limoges…Meissen…) che sfioravano dita coronate e che ora adornano cene ufficiali al Quirinale. Altro tesoro custodito e da custodire come un monito contro ogni follia.



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