lunedì 18 febbraio 2019

IL MESTIERE DELLE ARTI A RAVENNA


Perché mai un raffinato pezzo unico di gioielleria, di ceramica, cristallo viene ritenuto artigianato e non arte? Appellativo riservato invece a scultura e pittura? L'interrogativo sottende all'esposizione, per molti versi straordinaria, che il Museo Nazionale nel complesso di San Vitale, a Ravenna, propone dal 16 febbraio al 26 maggio, con la direzione scientifica di Emanuela Fiori.
Il mestiere delle arti. Seduzione e bellezza nella contemporaneità, questo il titolo della rassegna, è promossa e organizzata dal Polo Museale dell'Emilia Romagna, diretto dal dottor Mario Scalini, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e la collaborazione di Ravenna Antica. L'esposizione è curata da Ornella Casazza e Emanuela Fiori, con Maria Anna Di Pede e Laura Felici, che nel comitato scientifico sono affiancate dallo stesso dottor Scalini, da Claudio Spadoni e Fabio De Chirico.
In mostra, l'esercizio delle arti maggiori, scultura e pittura, è affiancato alle produzioni di oreficeria, in vetro e resina o in ceramica. La mostra propone infatti una selezione di artisti della contemporaneità che, ignorando il confine tra arti maggiori e arti minori, hanno conferito alle loro opere un valore universale per stile e sapienza tecnica.
Sono riunite più di cento opere di Igor Mitoraj, Mimmo Paladino, Paolo Staccioli, Cordelia von den Steinen, Ivan Theimer, Paolo Marcolongo, Stefano Alinari, Jean-Michel Folon, Giacomo Manzù, Giuliano Vangi, Mario Ceroli, Paola Staccioli, Luigi Ontani, Gigi Guadagnucci, Giovanni Corvaja, Daniela Banci, Marzia Banci, Orlando Orlandini, Angela De Nozza, Ornella Aprosio, Angela Caputi, Tristano di Robilant, Sauro Cavallini, Sophia Vari, Kan Yasuda, Pietro Cascella, Fernando Cucci, Pasquale (Ninì) Santoro.
L'amicizia delle arti, che oggi viene interpretata come una successione di creatività che non conosce cesure  affermano le curatrici -, permette di constatare come molti tra i massimi artisti di oggi sappiano muoversi con agilità tra la dimensione monumentale e il piccolo formato colloquiando con marmi purissimi, bronzi arricchiti di suggestive patine, legni intagliati, ceramiche lustrate, sete vellutate, pigmenti evocativi, ori e coloratissime pietre.
Non vi sono materie che si possono considerare più adatte di altre a produrre risultati artistici, come non vi sono materie a priori inadatte a produrli: ogni materiale vale soltanto in quanto è stato prescelto dall'artista che lo fa vivere e lo esalta con le sue mani. Talvolta, l'apparente spontaneità e l'immediatezza del risultato creativo, che presuppone una matura esperienza, possono generalmente essere considerate come prodotto di una eccellente bravura e perfino di raffinato virtuosismo. Il processo artistico, benché sempre legato alla tecnica, non è mai riducibile a qualcosa di appreso o ripetuto meccanicamente, ma impegna tutto l'essere dell'autore e non solo le facoltà intellettive ed esecutive.
L'opera può sostituire sapientemente il valore della materia preziosa imitandone anche gli aspetti esterni: per esempio la ceramica può prendere il posto e, in parte ripetere, l'effetto visivo dell'oro o dell'argento, il marmo può raggiungere morbidezze eburnee, le tessiture seriche uguagliare gli effetti pittorici, i legni rivivere nel loro colore morbido e naturale. Altre volte, invece, il procedimento artistico può svilupparsi allontanandosi progressivamente dall'elaborazione della materia e tende a porsi come operazione mentale, concretizzata con un 'disegno' inteso come processo o metodo di ideazione.
Già in passato il desiderio di dimostrare che assoluti valori di arte possano essere raggiunti attraverso i processi tecnici più semplici e tradizionali, talvolta addirittura arcaici, ha sollecitato vari artisti moderni  tra cui Picasso e Matisse  a produrre ceramiche, arazzi, stoffe e gioielli.
Molti degli autori selezionati per la mostra, particolarmente versatili, propongono la loro ricerca artistica in materiali diversi. Le loro opere sono allestite per assonanze visive e materiche in un percorso che si intreccia strettamente con le architetture del Museo Nazionale, ospitato nell'ex Monastero Benedettino di San Vitale.
La presenza prevalente di oggetti di provenienza collezionistica classense nelle collezioni permanenti del Museo Nazionale consente un continuo rimando tra le cosiddette arti minori dei secoli che vanno dal XIII al XVIII e la contemporaneità.
Riproponendo così un confronto antico-contemporaneo di enorme fascino.

martedì 1 gennaio 2019

COURBET O DI UN'EMOZIONE DA NON PERDERE di Rita Guidi - foto di Niccolo' Zanichelli

Ultima chiama per un artista da non perdere. 
Fino al 6 gennaio Gustave Courbet a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, regala l'emozione del suo nuovo sguardo d'Ottocento. Lo sguardo che si posa sul tessuto vitale e roccioso di Francia, sul respiro quieto e freddo delle scene di caccia. Soprattutto su tramonti rosa e dolci o marine inquiete come la sua anima. E un segno che è germe di nuovo, nella provocazione di un tratto che sparisce, di luci e scorci pronti a dare origine a un nuovo mondo. 

'Courbet e la Natura' è  una retrospettiva dedicata a questo genio indiscusso dell'Ottocento e al suo rivoluzionario approccio alla pittura di paesaggio. Uomo dalla personalità forte e complessa, Courbet s'impose come padre del realismo, aprendo la strada alla modernità in pittura con lavori provocatori e antiaccademici la cui principale fonte d'ispirazione fu la natura. 
La mostra presenta una cinquantina di tele, tra cui molti capolavori dell'artista, come Buongiorno signor Courbet, l'autoritratto L'uomo ferito o le celebri Fanciulle sulle rive della Senna, provenienti dai più importanti musei del mondo e conduce il visitatore in un percorso attraverso i luoghi e i temi della sua impressionante e appassionata rappresentazione del mondo naturale: dai panorami della sua terra alle spettacolari marine battute dalla tempesta, dalle misteriose grotte da cui scaturiscono sorgenti alle cavità carsiche che si spalancano nei torrenti, dai sensuali nudi immersi in una rigogliosa vegetazione alle sublimi scene di caccia della maturità. 
Guardato come un maestro dagli impressionisti e venerato da Cézanne, Courbet sembra svelare forme in attesa di essere rese visibili, catturando i fenomeni naturali più elusivi e transitori. 
I paesaggi della regione natale, la Franca Contea, occupano un posto particolare nel cuore dell'artista: la vallata lussureggiante della Loue, gli altipiani aridi, i fiumi impetuosi, il sottobosco e i cieli immensi sono rielaborati in infinite e sorprendenti varianti. Motivo d'ispirazione sono stati anche i luoghi dove ebbe modo di soggiornare o che visitò nel corso della sua vita, come le coste mediterranee nei pressi di Montpellier, i paesaggi rocciosi della regione della Mosa in Belgio, le marine della Normandia, con le onde rigonfie prima di infrangersi sugli scogli, o i laghi svizzeri dipinti in esilio in un'atmosfera carica di nostalgia. A questi soggetti si aggiungono i dipinti che hanno per tema i nudi e gli animali nel paesaggio, dove Courbet dimostra ancora una volta di essere portatore di uno sguardo originale sul mondo, ma anche di essere consapevole della grande tradizione pittorica occidentale, studiata al Louvre.
Con Courbet e la natura il pubblico italiano potrà quindi riscoprire l'opera di uno dei più grandi pittori dell'Ottocento, un artista che ha lasciato un segno indelebile sulla sua epoca traghettando l'arte francese dal sogno romantico alla pittura di realtà, e da questa a un nuovo amore per la natura.
COURBET E LA NATURA Ferrara, Palazzo dei Diamanti
22 settembre 2018 - 6 gennaio 2019

OrganizzatoriFondazione Ferrara Arte e Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara

A cura di Dominique de Font-Réaulx, Barbara Guidi, Maria Luisa Pacelli, Isolde Pludermacher e Vincent Pomarède

Informazioni e prenotazionitel. 0532 244949 | diamanti@comune.fe.it 

Ufficio stampaStudio ESSECI - Sergio Campagnolo
tel. 049 663499 | info@studioesseci.net 



lunedì 15 ottobre 2018

QUANDO L'ARTE E' POP - Lichtenstein alla Magnani Rocca di Parma



Risultati immagini per lichtensteinLa Fondazione Magnani-Rocca è orgogliosa di presentare una retrospettiva dedicata ad uno dei più grandi artisti del XX secolo: Roy Lichtenstein. Il genio della POP ART americana che ha influenzato grafici, designer, pubblicitari ed altri artisti contemporanei tanto che ancora oggi è possibile riscontrare riferimenti allo stile di Lichtenstein in ogni ambito del design e della comunicazione. 

Una mostra - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma -  che riunisce oltre 80 opere del Maestro e degli altri grandi protagonisti della Pop Art americana; per evidenziare sia la sua originalità che la sua appartenenza a uno specifico clima, sono presenti infatti, a confronto con quelle di Lichtenstein, anche opere iconiche di Andy Warhol, Mel Ramos, Allan D’Arcangelo, Tom Wesselmann, James Rosenquist e Robert Indiana. Un appuntamento unico nel suo genere, reso possibile grazie alla collaborazione della Fondazione Magnani-Rocca con celebri musei internazionali e prestigiose gallerie e collezioni private.

Roy Lichtenstein (New York 1923-1997) è, insieme a Andy Warhol, la figura più rappresentativa e più conosciuta della Pop Art, e dell'intera storia dell'arte della seconda metà del XX secolo. Il suo caratteristico stile mutuato dal retino tipografico, il suo utilizzo del fumetto in ambito pittorico, le sue rivisitazioni pop dell'arte del passato lontano e recente sono entrate non solo nella storia dell'arte del Novecento, ma nell'immaginario collettivo anche delle nuove generazioni, stampati all’infinito su poster e oggetti di consumo. A distanza di decenni i suoi dipinti continuano a suscitare enorme interesse nel mercato dell’arte e sono stati venduti anche negli ultimi anni per decine di milioni di dollari.

In virtù di questa sua fama e della sua centralità, Lichtenstein è stato oggetto nel mondo di numerose mostre antologiche, che ne hanno ripercorso la lunga carriera, iniziata negli anni Cinquanta, giunta a un punto di svolta decisivo nei primissimi anni Sessanta, consacrata definitivamente nel corso dello stesso decennio e proseguita con coerenza e costante riscontro sino alla scomparsa avvenuta nel 1997.  

Il mondo del fumetto e della pubblicità - La prima parte della mostra è dedicata alla stagione iniziale della Pop Art, quegli anni fra il 1960 e il 1965 in cui nascono le icone di Lichtenstein tratte dal mondo dei fumetti e della pubblicità, qui a confronto con i lavori dei compagni di avventura dell’artista, quali i citati Warhol, Indiana, D’Arcangelo, Wesselmann, Ramos, Rosenquist e altri ancora, a testimoniare della nuova società e della nuova arte che la rispecchia e che prende il nome di Pop Art. Questo periodo è rappresentato in mostra da autentici capolavori pittorici come Little Aloha (1962) e Ball of Twine (1963), ma anche da una rarissima opera degli inizi come VIIP! (1962), e da una strepitosa serie di opere grafiche, tra le quali spiccano Crying Girl (1963) e Sweet Dreams, Baby! (1965), le più geniali e celebri rielaborazioni delle tavole dei comics che ancora HYPERLINK "javascript:mails_addtocal(1,%22oggi%22);" oggi identificano non solo Lichtenstein ma un intero decennio della storia dell'arte e del costume del XX secolo.            Risultati immagini per lichtensteinStoria dell'arte e Astrazione - A fianco delle opere derivate dai fumetti, certo le sue più conosciute, Lichtenstein inizia alcune serie che hanno come riferimento da un lato la storia dell’arte, dall’altro il grande tema dell’astrazione pittorica: sono i dipinti che testimoniano la varietà e la complessità del pittore e che aprono nuove interpretazioni sia sulla sua opera che sull’intera stagione della cosiddetta Pop Art: anche in questo caso alle opere di Lichtenstein si affiancano quelle dei suoi coetanei, continuando quel dialogo fondamentale tra protagonisti di uno dei momenti cruciali dell’arte del XX secolo. Esemplari a questo proposito sono le astrazioni numeriche e letterarie di Robert Indiana (con un prezioso “FOUR” degli anni Sessanta e una celebre scultura “LOVE”) o il ciclo “Flowers” di Andy Warhol. 

Tra queste serie, si ricordano quella dei “Paesaggi” e quella dei “Fregi”, che prendono avvio nei primi anni Settanta. I paesaggi partono da un motivo naturale per arrivare a un’astrazione assoluta, che comprende anche l’adozione di materiali plastici appartenenti al mondo contemporaneo, in un affascinante corto circuito tra tradizione e innovazione. In modo analogo, i “Fregi” riprendono un tema canonico dell’arte classica per trasformarlo in pura decorazione astratta: un’opera di quasi tre metri concessa in prestito dal Musée d’Art moderne et contemporain de Saint-Étienne rappresenta al meglio questo ciclo.  

Quasi contemporaneamente nasce anche un altro genere, quello che proviene direttamente dalla storia dell'arte: ecco allora le figure ispirate a Picasso e a Matisse - ma anche dal Surrealismo, come la celeberrima Girl with Tear (1977) che giunge in via straordinaria dalla Fondation Beyeler di Basilea - pretesti per rielaborare e riscrivere una storia dell'arte e dei generi attraverso il proprio linguaggio, per cannibalizzare anche la storia delle immagini, siano esse colte o popolari.

Il passaggio dalla citazione testuale al suo inserimento in una più complessa messa in scena avviene appena successivamente, con la pennellata che si sfalda, facendo perdere allo spazio la sua tradizionale unità e riconoscibilità, mentre le figure e le forme rimangono riconoscibili, come un punto fermo nella transitorietà delle apparenze del mondo. 

Dentro allo studio dell'artista - La mostra è poi punteggiata da alcune serie di fotografie che ritraggono l’artista all’opera nel suo studio. Gli autori sono due protagonisti della fotografia d’arte italiana, Ugo Mulas e Aurelio Amendola, che, in diversi momenti, hanno ritratto Lichtenstein: in questo modo non solo si può entrare nell’officina dell’artista, ma anche leggere il rapporto che sempre ha legato la cultura italiana al pittore.  

Quello che rende unica questa mostra è il principio di lettura complessiva della creatività dell'artista che permette di apprezzare Lichtenstein nella sua interezza, affrontando tutte le stagioni e tutti i temi della sua arte. 
Per questa ragione, la mostra può essere vista seguendo due percorsi complementari: considerando i diversi temi secondo il tradizionale ordine cronologico, oppure analizzandoli sotto diversi punti di vista - seguendo proprio la metodologia di Lichtenstein - con una particolare attenzione, oltre che alle opere su tela, alla formidabile produzione grafica, momento assolutamente centrale nel percorso creativo dell'artista. Centrale anche nell’affermazione pubblica di Lichtenstein e della Pop Art in generale, che proprio nella grande diffusione permessa dalla grafica ha trovato uno dei motivi principali del suo successo realmente popolare. 

In questo modo, la mostra – a cura di Walter Guadagnini, già autore di storiche ricognizioni sulla Pop Art, e Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - ha due chiavi di lettura fondamentali: una è quella storico/iconografica, che tocca anche gli aspetti del linguaggio e dello stile di Lichtenstein, passando dalla figura all’astrazione, con libertà e coerenza davvero uniche. È molto interessante a questo proposito sottolineare la nascita della cosiddetta “Pop Abstraction” attraverso le opere di Lichtenstein e dei suoi compagni di viaggio. L'altra chiave di lettura è quella disciplinare, che mira a evidenziare le complessità e insieme l'unità della pratica artistica di Lichtenstein, modernissimo nel suo affrontare la pittura a partire dai principi della riproduzione dell'immagine, e allo stesso tempo classico nella sua volontà di conferire a ogni disciplina una sua specifica importanza e un suo specifico ruolo. 

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente i saggi dei curatori e di altri studiosi, quali Avis Berman, Stefano Bucci, Mauro Carrera, Mirta d’Argenzio, Kenneth Tyler, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte.Risultati immagini per lichtenstein

LICHTENSTEIN E LA POP ART AMERICANA

Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma). 
Dall’8 settembre al 9 dicembre 2018.  Aperto anche tutti i festivi. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto anche 1° novembre e 8 dicembre. Lunedì chiuso.
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti - € 5,00 per le scuole. 
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148  HYPERLINK "info@magnanirocca.it" info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it    
Il sabato ore 16 e la domenica e festivi ore 11.30, 15.30, 16.30, visita alla mostra LICHTENSTEIN E LA POP ART AMERICANA con guida specializzata; è possibile prenotare via mail a segreteria@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 15,00 (ingresso e guida).
Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Walter Guadagnini e Stefano Roffi,
saggi in catalogo di Avis Berman, Stefano Bucci, Mauro Carrera, Mirta d’Argenzio, Walter Guadagnini, Stefano Roffi, Kenneth Tyler.
Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Stefania Bertelli  gestione1@studioesseci.net  tel. 049 663499

La mostra è realizzata grazie al contributo di: FONDAZIONE CARIPARMA, GRUPPO BANCARIO CRÉDIT AGRICOLE ITALIA.
Con il patrocinio di: Camera di Commercio di Parma.
Media partner: Gazzetta di Parma.
Con la collaborazione di XL Catlin, leader mondiale nell'assicurazione delle opere d'arte e di AON S.p.A.
Sponsor tecnici: Angeli Cornici, Cavazzoni Associati, Fattorie Canossa, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.

sabato 12 agosto 2017

VENARIA: QUANDO LA BELLEZZA E' DAVVERO REGALE di Rita Guidi - foto di Niccolo' Zanichelli

L’eleganza degli stucchi, il superbo profilo delle Alpi:
se il pensiero corre inevitabilmente a Versailles, del resto, la prima differenza è proprio lì, in quella cornice di vette (innevate?) che nemmeno il re Sole. La Reggia di Venaria si offre agli occhi dei visitatori in tutto il suo solenne splendore, riflesso esatto di due secoli d’arte, tra Sei e Settecento. Voluta da Carlo Emanuele II di Savoia come residenza di caccia (venaria, appunto…), e come gesto concreto per tentare di prendere le distanze dall’invadenza materna (Cristina di Francia, e cioè quel peperino della sorella di Luigi XIII…), la Venaria trasuda gli umori barocchi e le meraviglie d’apparenza che erano nell’aria.
Il Savoia mette al lavoro Amedeo di Castellamonte e Michelangelo Garove con un risoluto “Sorprendetemi!”, e loro lo fanno: nell’opulenza delle sale, nel progetto all’italiana dei giardini, la cui prospettiva si perde, appunto, fino alla Alpi. Se vi mettete al centro della sala di Diana (affreschi e sculture sono, del resto, ovunque un richiamo alla dèa della caccia), godetevi la prospettiva o anche solo l’idea di trovarvi al centro esatto di quel regale universo: di qui, il disegno educato degli urbanisti vi farà raggiungere la piazza del villaggio sorto attorno alla reggia; di là, appunto, la tenuta, i giardini (e le Alpi). Il tempio di Diana potete solo immaginarlo (come meta
ludica e – si dice – un po’ birichina – di ospiti e figli della nobiltà). Brutta storia, in tempi di Libertè Egalitè Fraternitè, ma anche dopo…: durante l’assedio di Torino i giardini saranno destinati a piazza d’armi (idem più tardi sotto Napoleone). Ed è qui, grazie al cielo, che il Juvarra ci mette lo zampino e la reggia si arricchisce anche delle armonie del Settecento (sono i mattoni sulla facciata, contro il bianco dell’intonaco ad aiutarci a fare le debite distinzioni). Restaurata e ampliata, la Venaria diventa spettacolo scenografico in nuovi ambienti e candidi stucchi. Ne è emblema e capolavoro la Galleria Grande. Immaginate la luce (44 vetrate e 22 ‘occhi’ sul soffitto a volta), immaginate la prospettiva (80 metri da percorrere col naso all’indietro, di fianco e all’insù), immaginate la sofisticata eleganza del bianco, che si fa caldo come oro, se avete la fortuna di intercettare il più regale dei tramonti.

Ok, basta così. Basterebbe così, ma certo che no: perché magari è il caso di fare una pausa al Caffè degli Argenti (o un pranzetto nel ristorante che è proprio lassù, nella torre); o perché tutti da visitare sono gli appartamenti (e gli arredi), i locali di servizio (e le suggestive ricostruzioni firmate Peter Greenaway…).
E ancora le mostre – sempre prestigiose – che qui si allestiscono. E allora magari è meglio dormirci su e tornare il giorno dopo, e vi consigliamo di farlo se avete preferito il biglietto col quale potete visitare proprio tutto…

Ora ci sono due chicche: l'universo femminile di Boldini e le magnifiche ombre di Caravaggio. Esperienze sensoriali di cui potete nutrirvi tra musica e celeberrime nature morte. Che, come la Reggia, non potrebbero rendere più viva e bella la vostra vita.

giovedì 29 giugno 2017

QUANDO MILANO VUOL DIRE BRERA di Stefania Zanardi



Metti Milano in una torrida giornata di giugno, aggiungici la voglia di visitare una zona della città un po’ atipica (oltre la Madonnina, la Galleria, le boutiques griffate…) ,eccoci a Brera- a tutti nota per la sua Accademia d’arte – da qualche anno rimessa a nuovo, affascinante, trasformata in un quartiere tra i più caratteristici, una Petite Paris che ci rimanda a Montmartre -la parte più bohemienne e artistica della Ville Lumière… Eppure le sue origini sono veramente semplici, quasi misere : il nome Brera proviene dalla parola francese “Braida”che si traduce in “terreno incolto, ortaglia” da cui ha vita la parola d’oltralpe Braidense legata alla biblioteca omonima attorno alla quale (dal XIX secolo )gli artisti del tempo si riunivano trasformando questo quartiere in un crocevia di artisti ed intellettuali…
Ma come è entrare a Brera? Varcato il grande portone, nella piazza quadrata, a cielo aperto l’imponente statua di Napoleone accoglie i visitatori che possono, in un sol colpo, visitare l’Accademia (fortemente voluta da Maria Teresa d’Austria), la biblioteca e la Pinacoteca . Quest’ultima conserva opere artistiche e dipinti che risalgono agli inizi dell’800 provenienti dal collezionismo politico e di stato che via via si arricchirà di altri quadri ed affreschi provenienti da chiese, conventi e luoghi sacri. L’ampia scalinata che conduce alla Pinacoteca ci accoglie con la figura scultorea ritraente Cesare Beccaria che ci invita ad iniziare il percorso: amanti dell’arte? Esperti? Addetti al lavoro? Semplici e curiosi turisti? Poco importa, questo luogo riesce a soddisfare tutti e tutto. In un susseguirsi di saloni alternati a stanze più a misura d’uomo, dipinti, sculture, affreschi che riempiono gli occhi e la mente di immagini, storie, arte quasi a toglierci il respiro! Mai sentito parlare della “Sindrome di Stendhal”? Qui potete sperimentarla...Una carrellata di autori di secoli e stili diversi a partire da Bellini, Tintoretto, Bramantino e Gentile da Fabriano per passare a Raffaello (Lo sposalizio della Vergine), Piero della Francesca e Caravaggio, Mantegna (“ Il Cristo morto”) VanDick e Canaletto fino ad avvicinarsi a giorni nostri ammirando capolavori di Boccioni, Modigliani, Morandi…

E all’uscita dalla visita sembra quasi che una piccola parte di te resti là, ma anche fuori qualcosa di magico rimane: tra vicoli e viuzze che si intrecciano, bar, ristorantini (ma verrebbe da chiamarli Brasseries ) è piacevole gustare un panino, una piadina o una ricca insalata in un’atmosfera un po’ da “Belle époque” dove ti può accadere di trovarti ad osservare un piccolo passerotto mordicchiare le briciole del tuo pasto… Ma pure lì il caldo non demorde, i raggi trafiggono forti e determinati… è l’ora di alzarsi alla ricerca di un po’ di ombra o, meglio ancora, di una fontana...


mercoledì 12 aprile 2017

mollybrown.it : LETTURE IN VIAGGIO PER (SOPRAV)VIVERE MEGLIO a cura di Rita Guidi

Ricordate il Titanic? Tra i pochi passeggeri che si salvarono quella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912 c’era una ricca signora americana, Margaret Tobin Brown. Dopo il coraggio espresso in quel terribile naufragio (mise in salvo venti persone remando da sola su una scialuppa), diventò Molly in uno spettacolo a Broadway scritto in suo onore, e passò alla storia come the Unsinkable,  l’inaffondabile.
mollybrown.it è un sito dedicato a lei e a tutti gli “inaffondabili” che hanno reso il mondo un luogo migliore. Si occuperà di personaggi (reali ma anche immaginari) che provengono da qualsiasi ambito in cui sia nato qualcosa di bello: letteratura, arte, musica, poesia, cinema, ma anche calcio, basket, scienza. E lo farà in maniera nuova e diversa: laterale, pop, liquida (RIP Zygmunt!).
Il pubblico di riferimento sono i “lettori onnivori” over 30 alla ricerca di quel tipo di approfondimenti rari da trovare in Rete. Donne e uomini che grazie ai nostri nuovi compagni di vita (cellulari e tablet), quando aspettano un bus o sono in fila alla posta strappano agli impegni minuti preziosi per sé e li dedicano a quelle meravigliose “cose inutili” che fanno vivere meglio.
mollybrown.it è stato fondato da un team di giornalisti e scrittori, ma sarà uno spazio aperto a professionisti affermati in altri ambiti, purché appassionati di personaggi inaffondabili.
È un prodotto di nicchia? Sì. Siamo convinti che in Italia non ci sia bisogno di un nuovo blog di ricette di cucina, ma di uno spazio in cui non essere aggrediti da informazioni, rilassarsi e pensare “out of the box”.
Ogni articolo è introdotto da un brano musicale, per un’esperienza di lettura ancora più intensa.
La grafica è pulita ed essenziale, compatibile con tutti i device.
Il veicolo di diffusione sono i social.
È ottimizzato secondo i criteri SEO e basato sulla piattaforma Wordpress, per essere agile come un blog ma versatile quanto un magazine.
Vi aspettiamo su http://www.mollybrown.it


venerdì 20 gennaio 2017

UN PAESE IN COSTUME: GRAZZANO VISCONTI di Rita Guidi

  E’ un paese in costume. Eppure non ha il sapore posticcio di una mascherata.
Grazzano Visconti mantiene intatto da novant’anni il fascino di apparire come se ne avesse novecento. A un’ora d’auto da Parma (74 chilometri), due passi all’interno della piacentina Val Nure (è un comune di Vigolzone), apre i suoi cancelli a chi desidera tuffarsi in un borgo... “medievale”.
Il suo cuore davvero lo è. Un documento del 18 febbraio 1395, ricorda la posa della prima pietra di un possente castello. La firma è di Gian Galeazzo Visconti. Casato che mantenne la proprietà fino al novembre del 1884, cioè alla morte delle marchesa Fanny. Poi passò in eredita ai nipoti, i Visconti di Modrone. E in particolare al conte Guido e poi a quel Giuseppe cui venne l’idea (questa idea) di creare nel terreno circostante il maniero, una città d’arte (così è stata riconosciuta ufficialmente Grazzano dal 1986). Finzione reale, quindi, trancio d’architettura che rispetta rigorosamente le regole stilistiche di un urbe antica, la ricostruzione si compie tra il 1900 e il 1908. Autore quell’architetto Alfredo Campanini, che il committente ed amico conte Giuseppe definì “uomo coltissimo di gusti raffinati e di idee ben chiare”.
Il risultato, tra torri imponenti e botteghe artigiane, fontanelle e balconi fioriti, porticati e colonnine sul selciato rustico, è indubbiamente (e dispettosamente) suggestivo e gradevole. Ma se qualcuno insistesse nel trovarlo un po’ “kitsch”, il conte ha pensato anche a lui : sui muri del borgo ricorre infatti un’enigmatica scritta in caratteri gotici, “otla. ni. adraug. e. enetapipmi”. Motto bustrofedico, va letto cioè al contrario, che significa “Impipatene e guarda in alto”. Gli oltre 250.000 visitatori l’anno sembrano dargli ragione.
Del resto in questo neo-medioevo rivive proprio tutto. Accanto all’autenticità della Chiesa Parrocchiale, forse esistente dal 1200, con annesso Oratorio di Sant’Anna e chiesetta gotica, merita uno sguardo la piazza principale. Dominata dal Palazzo dell’Istituzione (1908), tutto trifore e loggette, con merlatura ghibellina alla sommità, fa il paio con l’Albergo del Biscione (costruzione tra le più antiche di Grazzano : 1905) dalla facciata ricca di stemmi e decorazioni floreali. E ancora, con la successiva (1922) Osteria del caminetto, tutta archi ed archetti volutamente...diroccati.
Ma in tutto il borgo ogni scorcio è un salto nel tempo. Forse perché qui non si aggira solo il fantasma di un’epoca ma anche quello di Aloisa. Leggenda triste di un amore tradito, che si concretizza in una piccola statua oggetto di visite e di messaggi da parte di chi vede in lei una protettrice degli innamorati.

Un’ultima segnalazione, da scoprire tra i mille particolari autenticamente falsi di questo paese curioso : un dipinto (uno dei tanti che adornano gli edifici) che si trova sotto il porticato del Palazzotto dell’Istituzione. Il motivo è semplice. Non solo è stato dipinto, come molti altri, sempre dal nostro conte, ma lo (auto)raffigura anche. Non da solo, certo. Accanto gli sono le figlie Ida e Anna, i nipoti, e più in alto i figli Guido, Luigi, Edoardo e Luchino. Proprio lui, il grande maestro della cinematografia. Figlio d’arte, verrebbe allora da dire. Quella delle ambientazioni sembra essere evidentemente una collaudata passione di famiglia.