mercoledì 16 settembre 2015

NELLA VILLA DEI CAPOLAVORI di Rita Guidi

Il giardino dei pavoni bianchi è silenzoso di verde.
Come il Parco che quieta Villa Magnani. Qui si viene a trovare l’arte come si fa con gli amici.  Ma lui, di piu’, amava la musica. Luigi Magnani, professore e letterato, il cui nome rimanda alle tele che affollano le pareti di quella che è stata la sua  splendida casa, di più subiva e sognava le armonie dei capricci musicali.
Originario  di Reggio Emilia, dove era nato nel 1906 da Giuseppe ed Eugenia Rocca, laureatosi a 23 anni in Lettere moderne, scrive d’arte e di scultura, appunta idee per romanzi autobiografici, tiene conferenze, collabora persino ad alcune voci della celeberrima Treccani...e intanto compone.  “I canti di Michelangelo” per voce e pianoforte ; “I cori della Passione”, per voci sole; “La Pavane”; “La passacaglia”; “L’oratorio di Emmaus”, che verrà eseguito al Teatro Communale di Firenze, il 28 marzo 1943, durante un concerto sinfonico diretto da Carlo Zecchi, e replicato una sola volta il 4 aprile a Roma.
Debutto in  sordina, per una passione segreta. e appena d’imbarazzo, come un’amante. A Roma, dove negli anni ‘50 trascorrerà gran parte del suo tempo, alternerà all’insegnamento universitario concerti  che terrà li stesso, nel salotto di casa.  Anche il suo amore per la poesia inizia a venarsi di quest’altra passione. Pubblica saggi come Goethe e Mozart, Prolegomeni e Beethoven, Mallarmè e i miti della musica, tiene conferenze e cura trasmissioni RAI (Proust e la musica). Di lui dicono :”Se c’è uno che sarebbe in grado di riuscire a spiegare  alla gente  come si possa godere sibariticamente la musica di  Hindemith o  Schonberg, questo è proprio di Luigi Magnani”.
Proprio lui, Luigi Magnani, che parla e scrive di Michelangelo, che  collezziona Raffaello e Morandi, che protegge dai troppi sguardi l’oro delicatoe splendido di una madonna del ‘400 di Pietro di Giovanni  Ambrosi.

Niente di strano, allora, se a 62 anni dcide di partecipare ad un concorso per la cattedra di storia della musica all’Università di Pavia. Senza successo. Non  è lì  che deve cercarlo. Lo avrà, ma con un libro,   nel ‘73: “Il nipote di Beethoven” pubblicato da Einaudi, che vince il Campiello e da cui viene tratto un  film. E’ l’anno della cittadinanza onoraria conferitagli dal Comune di Parma. I giorni in cui Mamiano diventa sempre  più la sua residenza, la sua casa. Quella villa di campagna dove giungono onorificenze ed amici, dove raccoglie ed assomma i suoi gusti e  le sue scelte. L’arte,il verde (nel ‘79 gli viene conferito il premio mondiale per l’ecologia) ...e naturalmente la  musica. Come avesse voluto colmare, con essa, le assenze di uomini  e di suoni dei polverosi schizzi di Morandi. Coome avesse voluto dire che accanto al Goya e al Durer, a Monet o al Lippi, c’era anche, ed era sua, quell’algida e provocatoria Tersicore del Canova.  Che, insomma, anche questa Musa ha lasciato.
La Fondazione Magnani Rocca è oggi un Museo attivo e conosciuto. prestigioso e discreto nelle iniziative, elegante nelle scelte  e nei particolari, è frequentato con costante regolarità da visitatori  italiani e stranieri. Numerosissimi a tratti, per le Mostre di grande richiamo: di grandi artisti o di grandi collezioni, perchè questi sono i due motivi conduttori delle iniziative. In ideale continuità con ciò che Magnani aveva iniziato. Come si farebbe per un amico. Perchè qui si viene a trovare l’arte come si fa con gli amici: a casa del professore. Anche se lui avrebbe preferito si dicesse “a casa del maestro”.

(FONDAZIONE MAGNANI ROCCA via Fondazione Magnani Rocca 4 43029 Mamiano di Traversetolo, ParmaTel. 0521 848327 / 848148 Fax 0521 848337  info@magnanirocca.it )

sabato 12 settembre 2015

DOVE OSANO LE MENTI di Rita Guidi



 E’ in questo ignoto che abitano i timori e la bellezza. Nuove frontiere di una verità che assorbe le trincee della conoscenza per fondersi in una e una soltanto. Traguardo inesatto che non sfugge a chi, tra i fisici “esitanti sull’orlo dell’inconoscibile” (per dirla con Primo Levi), possiede una più fine sensibilità.
 E’ questo il caso di Carlo Rovelli, ed è per questo che il suo “Sette brevi lezioni di fisica” (Adelphi, 88 pagg., 10 euro) è un autentico caso. Perché svettare nelle classifiche di vendita con un saggio che spazia dalla Teoria della Relatività alla Fisica delle Particelle è tanto meritato quanto inconsueto.
 E la risposta, come spesso accade, è nel perfetto equilibrio tra profondità e leggerezza; in un contenuto dal fascino irresistibile, complesso, disarmante e in una prosa dolcemente semplice, come il sussurro di una confidenza, di un segreto.
Non è improprio affermare che costruisce poesia, Rovelli, spiegandoci l’Universo più piccolo e più grande della materia indagata. Un’operazione in sette piccoli passi che come primi astronauti ci regala d’un balzo una tutt’altra visione del reale.

Solo qualche pennellata di un affresco ancora da costruire, “perché la scienza ci mostra come meglio comprendere il mondo, ma ci indica anche quanto vasto sia ciò che ancora non sappiamo”; ma con l’umiltà e la chiarezza che sono propri dei grandi studiosi, l’autore ci racconta meraviglie e difficoltà di quanto intuito da Albert Einstein, di un Universo come un grande mollusco inquieto e pulsante dove il ‘vuoto’ ha la consistenza (misteriosa) della gravità; e della meccanica quantistica, per la quale invece “il mondo è un pullulare continuo e irrequieto di cose, un venire alla luce e uno sparire continuo di effimere entità.

 Un insieme di vibrazioni, come il mondo degli hippy degli anni Sessanta. Un mondo di avvenimenti, non di cose”. Posizioni contrastanti, schizofreniche, ma che funzionano su ciò che sappiamo della materia: quella “dei sorrisi dei ragazzi alle feste, e del cielo nero e stellato la notte”…
 La sfida più bella sarà ora comprendere, unire. Perché “questo mondo strano, variopinto e stupefacente che esploriamo, dove lo spazio si sgrana, il tempo non esiste e le cose possono non essere in alcun luogo, non è qualcosa che ci allontana da noi: è solo ciò che la nostra naturale curiosità ci mostra della nostra casa. Della trama di cui siamo fatti noi stessi”. “... siamo tutti nati dal seme celeste”. E’ così che Rovelli ci porta a Lucrezio.

P.S.
E per chi volesse 'avvicinarsi' oltre le pagine di questo libro (cui aggiungiamo senz'altro quello di Marco Delmastro "Particelle familiari"), alle affascinanti frontiere di questa conoscenza, corre l'obbligo un viaggio per visitare il CERN di Ginevra, Come? Ecco qualche utile info:

http://www.borborigmi.org/2012/01/26/vademecum-per-venire-a-visitare-il-cern/
                                                   



venerdì 10 luglio 2015

Barcellona? Vuol dire Mercè... - di Rita Guidi

L’importante è essere ubiqui. Se c’è qualcosa da mettere in valigia, partendo per la Spagna, è proprio questo così particolare dono...oltre a quello - per una volta - di programmare per tempo questo viaggio/appuntamento da non perdere.

Barcellona, per cinque giorni l’anno, lo pretende. Lo esige la Mercè , sagra totale e impazzita, nella più pura tradizione catalana (e precisiamo catalana, perché qui ci tengono), che invade ogni strada e minuto dell’ultimo fine settimana di settembre.
Dal 20 al 24, quest’anno, per non sforare (non sia mai) in ottobre, e per bruciare come sempre la vita dell’ultima estate e risvegliarne una nuova. Sacro e profano, riti pagani e religiosi, si confondono infatti in queste notti e giorni di feste continue.   Mercè, del resto, sta per ‘Madonna della Mercede’, patrona della città cui si accorre in processione, al tramonto della domenica, a baciarne le reliquie. Si trovano nell’abside alta di S.Maria del Mare, esempio tra i più dolci e superbi di gotico catalano. La gente scorre silenziosa in alto, oltre l’altare, mentre sotto gli altissimi colonnati si celebra, cantando, l’antica funzione. Fuori è già e ancora vivo il tambureggiare di un’altro corteo : maschere e carri hanno percorso tutto il giorno le ramblas, ed ora giungono fino al porto per gli ultimi fuochi, prima di tornare ad una piazza del centro. Non Piazza del Duomo : già pronta ad un altro spettacolo, una dolcissima voce di flamenco, dopo il Co’de Foc della sera prima. E’ questo ‘carro di fuoco’, drago enorme ed umano, una delle tradizioni più antiche del sabato notte della Mercè. Nella piazza stipata di gente (vi consigliamo, se riuscite a raggiungerli, i gradini del duomo, spesso ‘liberi’ perchè alle spalle del palcoscenico), un enorme biscione infuocato brucia gli spiriti maligni sul suolo sacro del sagrato.
Tutti possono accodarsi e ballare i ritmi ossessivi dei tamburi (vino, birra e...tappi per le orecchie, circolano più o meno obbligatoriamente).
Intanto, nelle altre piazze (vi dicevamo di essere ubiqui !) si balla a ritmi rock o disco, e non mancano concerti ‘alternativi’ o tradizionali, leggi la Banda di Barça. Sgomitando un po’, potrete trovarla in Plaça de Jaume, preparata con tanto di sedie per il pubblico. Alle spalle l’ennesimo Bocatta (il Mc Donald spagnolo) è sempre aperto per sostenervi con qualche spuntino. Perché non illudetevi : di prima mattina, e proprio qui, iniziano le gare di Pilar e Castilli. Avete presente quelle torri umane ‘semplici’ (pilar) o circolari (castilli), che spalla dopo spalla svettano a cinque, sei, sette piani ? Vince chi non cade, è ovvio, ma per tutti, il tifo del pubblico è il più incoraggiante sostegno.

Tra cortei, esibizioni, e...paellas, sarà presto di nuovo sera, e dunque danze, maschere, concerti...Seguiteli tutti : essere ubiqui, però, per una volta non sarà necessario. I fuochi d’artificio che esplodono l’ultima sera da Montjuic, si vedono anche da molto molto lontano. 

mercoledì 17 giugno 2015

Il Paese Incantato - Metti l'Austria nelle tue vacanze (2) - di Rita Guidi

La prima cosa e` l`aria.   Trasparente anche quando il clima incerto dei laghi non concede il sole.  Poi e` un'immersione. Non solo in quest'aria, appunto (atmosfera...), ma nello scorrere appena più lento del tempo, verso Salisburgo.

   "Il Tirolo e` una grezza veste di contadini con molte pieghe, pero’ riscalda piacevolmente", diceva l'Imperatore di fine '400 Massimiliano I^.
   Le ultime pieghe le trovate qui, prima dell'incresparsi austriaco della regione dei laghi. Prima dei battelli o delle miniere, delle cattedrali gotiche o delle fattorie incantate. Si, anche questa è Austria.
   Ma è ancora Tirolo nell'ultima malga: dopo Innsbruck verso Kirchberg, contraltare tranquillo ma ugualmente splendido e attrezzato (piste, hotel...) della più mondana Kitzbuhel (almeno un occhio, però, al suo centro e alla sua cattedrale – e all'altare - barocca di St. Andreas), si sale a Labalm.  Una malga-pub-ostello-palcoscenico per concerti, perduta nei suoi mille e chissà quanti metri, con un ciuffo di anatroccoli e una cappella grande come un'immagine dedicata a S.Giorgio.    Dai piccoli tavoli, le vette (una cascatella lontana) e la musica: l'oste in costume vi può servire qui anche lo spumante dal perlage più sottile e insistente.

   Piega  più ricercata e antica, invece,  nella vicina Hall. Una città, questa volta, che riserva e conserva una storia di sorprese. Prima di tutto per il suo castello.  Nella zecca di Haseff infatti (cosi` la dimora si chiama) fu coniato nel 1486 il primo tallero (da cui 'dollaro' se vi piacerà aspettare almeno fino alla scoperta di Colombo), frutto di un'importante riforma monetaria. E potete coniarvene uno pure voi, nell'antica pressa a vite ancora a disposizione  (o se preferite con una più rustica martellata), con un solo piccolo sforzo muscolare e naturalmente...finanziario.  E` anche il gesto tipico di chi
da queste parti si sposa, perché dicono per scaramanzia che, in ogni caso, "se il matrimonio passa la moneta resta"...
 La cerimonia si celebra nel 'Tetto d'oro', la cappella dedicata a S.Giorgio che Massimiliano I^ (ancora lui) fece costruire per le sue nozze con Bianca Maria Sforza. Non vi sveleremo il `divertissement` della botola vicina al soffitto, ma accenneremo al tocco di Leonardo (proprio da Vinci) che qui ha lasciato come tracce il disegno dell'intelaiatura dei lampadari (ispirata alla crescita dell'atomo) o...quello della ghigliottina (!!!...).

   Del resto l'atmosfera e` più medievale che rinascimentale. E lo e' (eppure solo al limite del kitsch ) più che mai alla 'Cucina del Cavaliere`.  Il Ritterkuchl è proprio un posto da non perdere.  Annunciato dal più che classico portone cigolante, è un ristorante (la sala è davvero del '400) che vi sprofonda in tutto e per tutto nel buio delle cucine di quattro o cinque secoli fa.
  Un tovagliolone al collo al posto delle tovaglie, un coltellaccio e un piatto di legno nelle lunghe tavole da banchetto, candele e fantasmi ad annunciare con battito sinistro le portate...Tranquilli, però: paioli o vassoi sui tavoli riservano cibi davvero squisiti, quanto i vini o le birre nelle brocche.
   Ma lo stesso termine Hall di questa città, riecheggia a quel sale che fu fonte di duro lavoro e di ricchezza in questa valle.  Ricchezza per le tasse dalle quali gli imperatori trassero i fondi per costruire i loro immensi palazzi; duro lavoro per i minatori. Anche se dei monti dell`Austria  è bello oggi vedere anche il cuore. 
 A Durnnberg, per esempio, dove le miniere di sale da luogo  di passione sono diventate ormai meta consueta dei turisti. E sarà per la suggestione degli anfratti sotterranei ("illustrati" da filmati , allestiti come musei )o per l'autentico divertimento di precipitarsi dagli altissimi scivoli di legno - imbacuccati in tute bianche come gnomi - nel cuore della terra, queste miniere più che di sale sono d'oro per la gente di qui.
   Curioso che il primo frutto dell'estrazione salina da queste rocce, i minatori la chiamassero "sole". Proprio così; proprio come il desiderio di quella luce che  attende fuori, una volta tornati a cavallo del vostro trenino.
   Il sole dell'Austria. Quello che addolcisce i laghi di questa regione dolcissima, solcati da battelli e da vele, costeggiati da paesini ordinati e grandi ville.   Armonia come musica dove tutto si chiama come Mozart. Poteva non chiamarsi Wolfgangsee questo grande specchio d'acqua limpida?   Eppure prende nome dal santuario di St.Wolfgang, vecchio di mille anni e dal famoso altare (di Pacher), meta di pellegrinaggi da sempre.
   Ma anche meta di villeggiature da sempre. Perché si racconta che quella certa idea aristocratica e un po` oziosa sia nata proprio qui, dai desideri di sangue blu degli Asburgo. Dal solito Massimiliano e da Francesco Giuseppe, marito di Sissi; qui c'era sempre un `rifugio` inventato da loro.   Una traccia imperiale e' ancora in un personaggio dell'operetta `Al Cavallino Bianco`; in ogni caso in quel caffe' potete ora sorbirvi tè gustando una torta, dietro vetrate eleganti e un poco snob.   Oppure imbarcarvi per Strobl, Bad Ischl, St.Gilgen...E gustare le trote piu` fresche del mondo, perché le "furellen" sono qui una vera specialità in ogni ristorantino affacciato sul lago.  O invece abbandonarvi ai riti di una più accesa mondanità dirigendo al vicino Casino' di Salisburgo. Tra impassibili abiti da sera o tese giacche prestate di febbricitanti habitué, potrete vivere il brivido intenso del tavolo verde.

   Tanto al ritorno a St.Gilgen il relax e' assicurato. E' un'Austria soffice, questa, che addolcisce addirittura la sua cucina dolce.  Alla rustica forza del `kaiser' tirolese, si sostituisce qui il tipico ed onnipresente Salzburger Nockerl : stessi ingredienti ma in versione souffle`.

                                          Rita Guidi
  



   LA VACANZA ALTERNATIVA

   Il fatto che ci andasse anche il Cancelliere Helmut Khol non vi tragga in inganno.  Nulla di terribilmente chic. (O invece si'?) Ricercato, meglio. Nel senso che dove lo trovate più un posto dove tutto ma proprio tutto quello che mangiate viene fresco fresco da li`? Pane fatto in casa,  sidro,latte e formaggi, salumi... Arrosti, torte, Salzburger Nackerl ecc. ecc.?   E' la fattoria del contadino Holzinger, meta dei salisburghesi ben più che dei turisti, che si rilassano qui tra i tavoli esterni o le salette di questa splendida e familiare cascina affondata nel verde.
  Rippel ( e cioe` costolette di maiale ) o piatto misto di salumi e formaggi, salse e verdure, questo è il ristorante più antico e famoso, aperto con questa formula da ormai venticinque anni. Ma è un successo che è stato subito imitato.    Di queste fattorie ne trovate in tutte e cinque le valli
della regione della Salzburger Land (Flachgau, Tennengau, Pongau, Lungau e Pinzgau), ma la novità è che adesso, in gran parte di esse si può anche dormire e soggiornare.
   Le chiamano fattorie in paradiso o fattorie romantiche (a ragion veduta) ed offrono programmi per un’ospitalità davvero invitante.  Ci sono soggiorni a tema ( per chi ama la pesca o il golf, l’equitazione o il ciclismo, la musica o quant'altro), o invece pensati per chi ha famiglia e soprattutto bimbi. Per loro, mentre i genitori possono passeggiare, riposare, vacanzare.., ci sono giochi e accompagnatori, escursioni e pernottamenti in malga, e possibilità di imparare a fare il pane e conoscere da vicino gli animali della fattoria...

domenica 14 giugno 2015

Il Paese Incantato - Metti l'Austria nelle tue vacanze (1) di Rita Guidi

  La chiamano "sparkesland", la terra dei forti, ma noi preferiamo "Zauber Land". Paese incantato, magico, se ci perdoneranno il nostro tedesco un po’ incerto.

   Perche` il Tirolo e` davvero un mondo vicino al confine col "c'era una volta". Guardate il legno : mille e uno i tronchi, accatastati o lavorati; profumati o tagliati.  Guardate l'acqua : mille e uno i rivoli e le cascate, terse o cupe di neve disciolta, che precipitano sottili come ferite soffici nel verde denso e roccioso.  Non c'e` sempre una casetta di legno nelle fiabe o ruscelli freschi a cui dissetarsi ?
   Pareti a picco e paesi a valle, il Tirolo pero’ nasconde dietro balconi fioriti e facciate splendidamente decorate, l'invito ad una quotidianità’ oltretutto assolutamente moderna.  Soltanto, non dimentica della propria tradizione.
   Gli hotel, ad esempio, e cioè` le Gasthof, sono intese qui come un 'affare di famiglia`.  Il rito sacro dell’ospitalità, che cosi` ritrova un valore antico, si tramanda di padre in figlio, tradizione appunto, prima che mestiere.
   Per questo trovate spesso, sotto l'insegna dell'albergo, il nome della famiglia che da sempre lo gestisce. E per questo non deve sorprendere che, ad esempio il 'nostro` Gerhard Haas, a poco più` di trent'anni diriga già da tempo la sua Gasthof (cinque stelle), serva il buffet con la moglie o si presti come guida per una sciata estiva, su, al grande ghiacciaio. 
 
Da Neustift a Mutterberg (la madre montagna...)sono solo un pugno di chilometri, che si arrotolano tra i dirupi e le malghe; cavalli e piccole spiagge lungo il Ruiz, campeggi e pugni di case che racchiudono stube antichissime (quella di Volderhauf ha cinquecento anni).  Ma poi occorre la funivia. In alto, oltre i duemila metri : capre, rocce e la vallata sotto. Più in alto, oltre i tremila : il bianco di una neve che c’è sempre, e il gioco delle cime, dal privilegio di questa valle dello Stubei.  Il silenzio rotto solo dal ritmico ronzio degli impianti, o dalla modernità dei rifugi.
   Ma basta girare lo sguardo, perché tutto qui è come sempre. Zauber. Incantato. In questa terra 'spark', dura, dei forti.  Acqua e roccia. Freddo da vincere come una scalata. Con le danze e  col cibo anche.
  La cucina non è per stomaci deboli. Se obbedite alla tradizione ciò che conta è dar forza senza ingombro, calore senza  intorpidire.   Domina tra la carne il sapore intenso del maiale : ovviamente lo speck, ma non solo insaccati. Poi canederli, crauti (grappa...).  Ma sono imperdibili i formaggi, anche lavorati con sodi e sugosi gnocchetti ( di farina? o pane?) in un piatto tra i più tipici di  qui.
  In ogni luogo, poi ( ristorante o caffè, ma noi vi consigliamo la malga che incontrate abbandonando il ghiacciaio per tornare a Neustift, proprio sotto le spettacolari cascate di Gruba, le Grubafall), non manca mai il 'kaiserschmertz'.  Un dolce che vi servono spesso direttamente in enormi padelle cui si attinge tutti insieme, attorno ai grandi tavoli in legno di queste piccole e semibuie stanze.  Una frittata dolce e alta a tocchetti, cosparsa di zucchero a velo, da intingere e cospargere di marmellata morbida di mirtilli. E cioè  un “racconto”  di queste montagne : l'autosufficienza austera e nutriente delle uova, sotto una neve dolce, da unire alla frutta che sola cresce su questo terreno avaro.
  Ma è un piatto da re. Anzi, da imperatore. O da chi voglia, dopo lo sci, ritrovare l'energia per 'rabbrividire' su un deltaplano o sfidare gli amici tra tennis, piscine e mountain-bike.
   Perché dietro gli antichi decori trompe-l’oeil che adornano queste facciate; dietro la tranquillità e l'ecologico silenzio che avvolge questa terra, c’è davvero la stessa, abituale, invidiabile modernità dei nostri giorni di sempre.

                                          Rita Guidi



   LA VACANZA ALTERNATIVA


   A proposito di malghe : pensate ad una vacanza davvero alternativa? Da qualche tempo, da queste parti, è possibile affittarle. E con prezzi più che abbordabili, ma non a caso…      Le malghe venivano usate come luogo di ristoro dai pastori di queste valli. E cioè quanto bastava per ripararsi, mangiare, semmai dormire. Ogni comodità a valle.
L'acqua infatti è fuori, la luce a gas (!!!). Eppure funzionano, perché per gli estremisti dell'agriturismo è una vera cuccagna. E indubbiamente un certo fascino l'hanno: con quel legno scurissimo e totale, quel rigore rustico dalle finestrelle grandi quanto un'occhiata, e che contrastano con una natura cosi` forte e violenta intorno.
   Eh si'! Dev'essere davvero un singolare risveglio, la mattina, qui...

venerdì 29 agosto 2014

STOCCOLMA - LA CITTA' BIONDA di Rita Guidi


E’ la città bionda. Stoccolma ha fascino freddo e cuore moderno, anche se è la più vichinga tra le capitali del Nord.
 Un gioco “americano” di ponti per legare quel pugno di isole e di storia su cui si adagia, la città è anche città d’acqua, quasi ponte essa stessa tra il Mar Baltico e il lago Mälaren.
La sua bellezza è allora soprattutto qui. Nelle prospettive legate alla luce riflessa, avara ma candida nel gelo invernale, splendente e insospettabilmente calda nei generosi giorni della sua breve estate.

E anche la sua storia inizia da lì. Da quell’affacciarsi sull’acqua strategico e goloso fin dalla notte dei secoli.
1252 : Stoccolma è poco più di un castello, ma che diventa ben presto luogo di commercio e dunque città, anzi “città sull’isola” (così la radice del nome, da questo antico “Stadsholmen”). Una soltanto, allora, per quel nucleo delle attuali quindici isole, conosciuto ora come Gamla Stan, città vecchia. E che oggi è ad un ponte di distanza dall’urna d’oro che di quel castello ricorda il primo governatore, Birger Jarl. Affacciata sull’acqua, protetta da un baldacchino, si trova all’interno del bell’edificio della Stadshuset, il Municipio. Imponente eppure elegantemente nordico con i suoi mattoni rosso cupo di primo Novecento, comprende una torre con vista davvero da non perdere, e un piccolo giardino, va da sé, sull’acqua, nella quale affondano i remi canoe, battelli, barche, motoscafi.

Qualcuno si tuffa, da questo cuore della città, proprio sotto al dorato monumento. Vanto degli abitanti è infatti la limpidezza dell’acqua, come l’aria davvero poco o nulla inquinata. E abitudine degli abitanti è possedere una barca, quasi una seconda auto, proprio per il modo di essere di questa capitale.
Una voglia di benessere ricordata nel testamento di quell’Alfred Nobel che ogni anno riporta Stoccolma al centro del mondo : e “a coloro che avessero contribuito, nel corso dell’anno, al benessere dell’umanità...fossero questi scandinavi o meno”, destinava il proprio patrimonio costruito sulla...dinamite. 
Ma è una voglia di benessere che salta comunque agli occhi, nel raro equilibrio di natura e architettura, che vede qui anzi la prevalenza della prima. E cioè oltre all’acqua (che in inverno diventa un’immensa pista di pattinaggio nelle svelte ore di luce - dalle 9 alle 15 circa - ), il verde. Rigoglioso nei parchi come nelle frequenti macchie di bosco che punteggiano i palazzi e le piazze.
 Il più ricco, visitato, irrinunciabile ? Il Djurgarden, senza dubbio, sull’omonima isola. Mosaico di occasioni per turisti e non. Organizzatissimo, ricchissimo, non esaurisce certo le proprie attrazioni nell’arco di una sola giornata.
Per i bambini c’è il Gröna Lunds Tivoli, parco giochi all’aperto, tra Luna Park e circo. Accanto, una sorta di piccolo zoo, per l’emozione svedese di scambiare uno sguardo con alci e orsetti.
Ad una passeggiata, poi, tre musei : il Nordiska museet ( il museo nordico, con cinque secoli di storia svedese), la splendida villa jugend Prins Eugens Waldemarsudde (che raccoglie collezioni d’arte contemporanea), e l’altra residenza-museo Rosendals Slott.
Noi consigliamo il quarto, il Vasamuseet, vichingo e suggestivo.

 Sette piani di galeone, da esplorare in un’umida penombra, come se fosse ancora protetto dal mare o dal passato. Praticamente una “caverna”, pensata quindici anni fa, per contenere il più straordinario dei ritrovamenti : il Vasa. Vascello da guerra scandinavo voluto da Re Gustavo II, inabissatosi poco dopo il varo, nel 1628. Uno splendido disastro, perché se la mole (più del peso, l’altezza) causò la fatale inclinazione, oggi è questa la sua bellezza. Una magia poderosa di intarsi e di polene, conservati dalla bassa salinità del Baltico, ripescati nel 1961 ed oggi esplorabili in un viaggio reale che accende la fantasia, dai sette balconi che ne abbracciano i 69 metri di lunghezza.
Salire non si può. L’emozione in (altro) battello è riservata ai tour con Cicerone che dalla Gamla Stan raggiungono la periferia del Mälaren.
Entrare, invece, si può in quell’altro museo all’aperto, sempre al Djurgarden, che racconta in un intero villaggio il passato del grande nord. Si chiama Skansen, questa chicca un po’ all’americana  ma col fascino autentico e vichingo.
 Pensato nel 1891, raccoglie case e fattorie d’epoca, smontate e trasportate qui da diverse regioni della Svezia (soprattutto la Scania, da cui il nome). Poderi e chiese, scuole e residenze signorili, mulini e vecchie botteghe (vetreria, stamperia...), persino giardini, illustrano, come le comparse in costume che si aggirano tra le scarpe da tennis dei turisti, una prospettiva lontana.
E’ l’eco di qualche concerto che si tiene in questo verde (soprattutto jazz), riconduce  all’anima moderna di Stoccolma. Alle grandi strade del centro, tutte caffè e shopping, al traffico a sei corsie dei ponti e delle sopraelevate, dominate da quel Palazzo Reale che ancora vive e abita a Gamla Stan. Sotto di lui, all’àncora, un piccolo galeone presta i suoi legni biondi al più originale dei caffè. Tributo moderno a un’anima vichinga.

                                         Rita Guidi



NOTIZIE UTILI 

Stoccolma si raggiunge con un volo di circa due ore e mezzo da Milano Malpensa. E’ sufficiente la Carta d’Identità.
Per chi preferisce una visita estiva, da non perdere la festa di mezz’estate, con la città in allegria e giochi d’acqua come fuochi d’artificio (sia per San Giovanni che per Ferragosto). Tradizionale è anche la Festa di Santa Valpurga, il 30 aprile.
Chi sceglie l’inverno, ai mille festeggiamenti  previsti per il Capodanno, può aggiungere al periodo natalizio la Festa di Santa Lucia, gioiosa quanto i tanti mercatini che punteggiano di luce le feste più tradizionali.
E a proposito di mercatini, una segnalazione è d’obbligo per chi ama lo shopping, che da queste parti fa rima anche con splendidi oggetti di vetro. Gli appassionati del genere possono allora dirigere appena fuori Stoccolma, a Barkarby (dieci minuti di treno per Jakosberg e poi l’autobus numero 567). Qui vi attendono una quarantina di “store” per la vendita diretta di questi splendidi oggetti. Oltre all’assortimento, la meta è anche di assoluta convenienza : i prezzi sono ridotti del 30% e fino al 50%. Ancora di più per chi non si preoccupa di qualche piccolo, invisibile difetto.
                                          R.G.


mercoledì 3 luglio 2013

L'estate 'sempre' di Santo Domingo di Rita Guidi


Ma non sperate di sfuggire alla nostalgia.  Santo Domingo resterà' sempre l'oasi lontana per i disadattati del grigio.   Ai turisti che da ogni parte del mondo raggiungono a frotte questo mare d'inverno, i dominicani offrono infatti la serenità' costante che accompagna i loro 'ola' o i loro piedi (volentieri) scalzi, come una filosofia di vita.
Come non sorridere guardando la macchia rigogliosa dei boschi di cocco che stendono a perdita d'occhio le loro palme in riva al mare ?  O sapendo del caldo, ma coccolante e ventilato, che non abbandona l'aria nemmeno col buio (gia' alle 18.00 perche' la longitudine e' pienamente tropicale ), e nemmeno con l''inverno'? 

L'inverno : una delle stagioni piu' (dolorosamente...) belle per andarci. Ci trovate anche, da novembre a febbraio, alberi e luci a addobbi natalizi. Tradizione lunga e curiosa ( e cosi' strana ai nostri occhi, quaggiu'), ma subito legata alla voglia di colore e di cristianita' di questo popolo, appunto, in larga parte 'colorato' e cattolico.
L'antica isola di Hispaniola (cosi' la chiamo' Colombo nel fatidico 1492), e' infatti occupata per due terzi (la punta occidentale e' invece Haiti) da questa repubblica  al 60% mulatta, dove si parla spagnolo e si frequentano chiese.   
La 'ricchezza' e' il cocco: quella palma di cui non si getta via nulla, che regala ombra e succo, ma anche legno, foglie, farina...

La 'ricchezza' e' la canna da zucchero: distese rosse nell'entroterra dalle poche strade dissestate, destinate alle braccia di 'schiavi' haitiani...
Ma la vera ricchezza e' il turismo: i resort e i villaggi che decorano in discreto e splendido stile coloniale le spiagge  appena oltre il rigoglio tropicale .  Le piscine azzurre tra i pratini verdi e le esplosioni di bouganvillee; i buffet lussureggianti ( paella, aragoste, ananas e cacao) quanto i giardini; l'esercito di 'camareri' e 'camarere' che sorridendo chiedono, servono, accompagnano.  
  Non e' questo il loro mondo. Eppure lo guardano senza nessuna invidia. Probabilmente abitano case dalle facciate coloratissime, protette da cancellate elaborate e variopinte negli stessi esagerati colori: fucsia, turchese, giallo ( i cortili grigi e polverosi sono dietro ). Probabilmente se hanno fortuna possiedono una moto, su cui 'viaggiare' - chi in coda chi sul serbatoio- con tutta la famiglia. 

Probabilmente la sera cantano e ballano il .merengue e sorseggiano rum, che da queste parti  chiamano non a caso vitamina. O guardano la tivu': spettacolo, sport, perche' c'e' sempre una partita. Ma quel che e' certo e' che sorridono. Davvero. Da farci chiedere quale sia e dove sia la piu' dolorosa e insopportabile poverta'.
Qui ci sono stelle marine di cui non ci si puo' non accorgere, belle quanto la luce di quelle di ogni sera precoce. Il mare regala pesce e conchiglie rosa, grandi quanto ..noci di cocco, ed e' verde o blu o grigio, come le palme e il cielo. Si puo' pescare o dipingere . Ogni spiaggia , ogni villaggio, ogni bazar ha una 'galeria' e difficilmente tornerete a casa senza il vostro quadro, coloratissimo e perfetto su quelle isole delle Antille, 'difficile'  nelle nostre pallide case. 

Tornerete...Ma dopo aver ritrovato mille buone ragioni per farlo, perche' qui il sole e' chiaro come la voglia di restare.

                  


E POI C'E' PEPE...
...'Pepe' , e cioe' Giuseppe Correro, e' un dominicano di Santo Domingo dal fisico nero e atletico sotto la simpatia di due occhi chiari ('Nessuna eccezione - spiega - Dalle nostre parti accade spesso') .
I genitori e le quattro sorelle vivono ancora nella capitale, dove Pepe ha studiato fino alla laurea in Pedagogia. Adesso vive a Higueya, vicino alle coste di Punta Cana, perche' il suo lavoro e' la guida turistica per le grandi compagnie americane o europee.

Insomma accompagna i suoi 'pepini', come dice lui, su isolette incantate o all'alcazar di Colombo nella Capitale, o a Saona, a Los Tres ojos o all'acquario. Pepini inglesi, francesi, tedeschi, italiani, di cui ormai conosce bene la lingua...'L'italiano l'ho imparato da solo, dai turisti, perche' sono i piu' aperti e chiacchieroni di tutti -  sorride Pepe - Ma anche il nostro e' un popolo aperto e sorridente direi per..tradizione, anche se povero.'
Pepe e' fortunato : ha studiato in un Paese dove l'analfabetismo e' estremamente diffuso, anche se in teoria la scuola dovrebbe essere obbligatoria fino a 12 anni. Pepe e' fortunato, anche perche' lavora , mentre oltre il 30 % della popolazione e' disoccupata...
'Si lavora col turismo - riprende Pepe - col commercio, nei campi, o negli uffici delle grandi citta', dove c'e' sempre la luce...'
Eh gia'! L'illuminazione pubblica non si spreca da queste parti, soprattutto nei piccoli villaggi dove viene a mancare di frequente. Soltanto i grandi resort della costa restano come grandi e sicure oasi di luce.
'Ma la tivu' o la radio ormai l'hanno tutti - precisa Pepe - Ci divertiamo con le partite di baseball; ce n'e' una tutti i giorni. Altrimenti si vanno  a vedere i combattimenti di galli. Ma soprattutto si balla , si balla dappertutto. Ci piace fare festa,. Fare festa e bere rum, la vitamina...'
Pepe e' fortunato: dice che gli piacerebbe ogni tanto andare verso nord e lasciarsi alle spalle il mare; o vedere l'Europa: Firenze, Roma...
Ma lo dice ridendo.