venerdì 29 agosto 2014

STOCCOLMA - LA CITTA' BIONDA di Rita Guidi


E’ la città bionda. Stoccolma ha fascino freddo e cuore moderno, anche se è la più vichinga tra le capitali del Nord.
 Un gioco “americano” di ponti per legare quel pugno di isole e di storia su cui si adagia, la città è anche città d’acqua, quasi ponte essa stessa tra il Mar Baltico e il lago Mälaren.
La sua bellezza è allora soprattutto qui. Nelle prospettive legate alla luce riflessa, avara ma candida nel gelo invernale, splendente e insospettabilmente calda nei generosi giorni della sua breve estate.

E anche la sua storia inizia da lì. Da quell’affacciarsi sull’acqua strategico e goloso fin dalla notte dei secoli.
1252 : Stoccolma è poco più di un castello, ma che diventa ben presto luogo di commercio e dunque città, anzi “città sull’isola” (così la radice del nome, da questo antico “Stadsholmen”). Una soltanto, allora, per quel nucleo delle attuali quindici isole, conosciuto ora come Gamla Stan, città vecchia. E che oggi è ad un ponte di distanza dall’urna d’oro che di quel castello ricorda il primo governatore, Birger Jarl. Affacciata sull’acqua, protetta da un baldacchino, si trova all’interno del bell’edificio della Stadshuset, il Municipio. Imponente eppure elegantemente nordico con i suoi mattoni rosso cupo di primo Novecento, comprende una torre con vista davvero da non perdere, e un piccolo giardino, va da sé, sull’acqua, nella quale affondano i remi canoe, battelli, barche, motoscafi.

Qualcuno si tuffa, da questo cuore della città, proprio sotto al dorato monumento. Vanto degli abitanti è infatti la limpidezza dell’acqua, come l’aria davvero poco o nulla inquinata. E abitudine degli abitanti è possedere una barca, quasi una seconda auto, proprio per il modo di essere di questa capitale.
Una voglia di benessere ricordata nel testamento di quell’Alfred Nobel che ogni anno riporta Stoccolma al centro del mondo : e “a coloro che avessero contribuito, nel corso dell’anno, al benessere dell’umanità...fossero questi scandinavi o meno”, destinava il proprio patrimonio costruito sulla...dinamite. 
Ma è una voglia di benessere che salta comunque agli occhi, nel raro equilibrio di natura e architettura, che vede qui anzi la prevalenza della prima. E cioè oltre all’acqua (che in inverno diventa un’immensa pista di pattinaggio nelle svelte ore di luce - dalle 9 alle 15 circa - ), il verde. Rigoglioso nei parchi come nelle frequenti macchie di bosco che punteggiano i palazzi e le piazze.
 Il più ricco, visitato, irrinunciabile ? Il Djurgarden, senza dubbio, sull’omonima isola. Mosaico di occasioni per turisti e non. Organizzatissimo, ricchissimo, non esaurisce certo le proprie attrazioni nell’arco di una sola giornata.
Per i bambini c’è il Gröna Lunds Tivoli, parco giochi all’aperto, tra Luna Park e circo. Accanto, una sorta di piccolo zoo, per l’emozione svedese di scambiare uno sguardo con alci e orsetti.
Ad una passeggiata, poi, tre musei : il Nordiska museet ( il museo nordico, con cinque secoli di storia svedese), la splendida villa jugend Prins Eugens Waldemarsudde (che raccoglie collezioni d’arte contemporanea), e l’altra residenza-museo Rosendals Slott.
Noi consigliamo il quarto, il Vasamuseet, vichingo e suggestivo.

 Sette piani di galeone, da esplorare in un’umida penombra, come se fosse ancora protetto dal mare o dal passato. Praticamente una “caverna”, pensata quindici anni fa, per contenere il più straordinario dei ritrovamenti : il Vasa. Vascello da guerra scandinavo voluto da Re Gustavo II, inabissatosi poco dopo il varo, nel 1628. Uno splendido disastro, perché se la mole (più del peso, l’altezza) causò la fatale inclinazione, oggi è questa la sua bellezza. Una magia poderosa di intarsi e di polene, conservati dalla bassa salinità del Baltico, ripescati nel 1961 ed oggi esplorabili in un viaggio reale che accende la fantasia, dai sette balconi che ne abbracciano i 69 metri di lunghezza.
Salire non si può. L’emozione in (altro) battello è riservata ai tour con Cicerone che dalla Gamla Stan raggiungono la periferia del Mälaren.
Entrare, invece, si può in quell’altro museo all’aperto, sempre al Djurgarden, che racconta in un intero villaggio il passato del grande nord. Si chiama Skansen, questa chicca un po’ all’americana  ma col fascino autentico e vichingo.
 Pensato nel 1891, raccoglie case e fattorie d’epoca, smontate e trasportate qui da diverse regioni della Svezia (soprattutto la Scania, da cui il nome). Poderi e chiese, scuole e residenze signorili, mulini e vecchie botteghe (vetreria, stamperia...), persino giardini, illustrano, come le comparse in costume che si aggirano tra le scarpe da tennis dei turisti, una prospettiva lontana.
E’ l’eco di qualche concerto che si tiene in questo verde (soprattutto jazz), riconduce  all’anima moderna di Stoccolma. Alle grandi strade del centro, tutte caffè e shopping, al traffico a sei corsie dei ponti e delle sopraelevate, dominate da quel Palazzo Reale che ancora vive e abita a Gamla Stan. Sotto di lui, all’àncora, un piccolo galeone presta i suoi legni biondi al più originale dei caffè. Tributo moderno a un’anima vichinga.

                                         Rita Guidi



NOTIZIE UTILI 

Stoccolma si raggiunge con un volo di circa due ore e mezzo da Milano Malpensa. E’ sufficiente la Carta d’Identità.
Per chi preferisce una visita estiva, da non perdere la festa di mezz’estate, con la città in allegria e giochi d’acqua come fuochi d’artificio (sia per San Giovanni che per Ferragosto). Tradizionale è anche la Festa di Santa Valpurga, il 30 aprile.
Chi sceglie l’inverno, ai mille festeggiamenti  previsti per il Capodanno, può aggiungere al periodo natalizio la Festa di Santa Lucia, gioiosa quanto i tanti mercatini che punteggiano di luce le feste più tradizionali.
E a proposito di mercatini, una segnalazione è d’obbligo per chi ama lo shopping, che da queste parti fa rima anche con splendidi oggetti di vetro. Gli appassionati del genere possono allora dirigere appena fuori Stoccolma, a Barkarby (dieci minuti di treno per Jakosberg e poi l’autobus numero 567). Qui vi attendono una quarantina di “store” per la vendita diretta di questi splendidi oggetti. Oltre all’assortimento, la meta è anche di assoluta convenienza : i prezzi sono ridotti del 30% e fino al 50%. Ancora di più per chi non si preoccupa di qualche piccolo, invisibile difetto.
                                          R.G.


mercoledì 3 luglio 2013

L'estate 'sempre' di Santo Domingo di Rita Guidi


Ma non sperate di sfuggire alla nostalgia.  Santo Domingo resterà' sempre l'oasi lontana per i disadattati del grigio.   Ai turisti che da ogni parte del mondo raggiungono a frotte questo mare d'inverno, i dominicani offrono infatti la serenità' costante che accompagna i loro 'ola' o i loro piedi (volentieri) scalzi, come una filosofia di vita.
Come non sorridere guardando la macchia rigogliosa dei boschi di cocco che stendono a perdita d'occhio le loro palme in riva al mare ?  O sapendo del caldo, ma coccolante e ventilato, che non abbandona l'aria nemmeno col buio (gia' alle 18.00 perche' la longitudine e' pienamente tropicale ), e nemmeno con l''inverno'? 

L'inverno : una delle stagioni piu' (dolorosamente...) belle per andarci. Ci trovate anche, da novembre a febbraio, alberi e luci a addobbi natalizi. Tradizione lunga e curiosa ( e cosi' strana ai nostri occhi, quaggiu'), ma subito legata alla voglia di colore e di cristianita' di questo popolo, appunto, in larga parte 'colorato' e cattolico.
L'antica isola di Hispaniola (cosi' la chiamo' Colombo nel fatidico 1492), e' infatti occupata per due terzi (la punta occidentale e' invece Haiti) da questa repubblica  al 60% mulatta, dove si parla spagnolo e si frequentano chiese.   
La 'ricchezza' e' il cocco: quella palma di cui non si getta via nulla, che regala ombra e succo, ma anche legno, foglie, farina...

La 'ricchezza' e' la canna da zucchero: distese rosse nell'entroterra dalle poche strade dissestate, destinate alle braccia di 'schiavi' haitiani...
Ma la vera ricchezza e' il turismo: i resort e i villaggi che decorano in discreto e splendido stile coloniale le spiagge  appena oltre il rigoglio tropicale .  Le piscine azzurre tra i pratini verdi e le esplosioni di bouganvillee; i buffet lussureggianti ( paella, aragoste, ananas e cacao) quanto i giardini; l'esercito di 'camareri' e 'camarere' che sorridendo chiedono, servono, accompagnano.  
  Non e' questo il loro mondo. Eppure lo guardano senza nessuna invidia. Probabilmente abitano case dalle facciate coloratissime, protette da cancellate elaborate e variopinte negli stessi esagerati colori: fucsia, turchese, giallo ( i cortili grigi e polverosi sono dietro ). Probabilmente se hanno fortuna possiedono una moto, su cui 'viaggiare' - chi in coda chi sul serbatoio- con tutta la famiglia. 

Probabilmente la sera cantano e ballano il .merengue e sorseggiano rum, che da queste parti  chiamano non a caso vitamina. O guardano la tivu': spettacolo, sport, perche' c'e' sempre una partita. Ma quel che e' certo e' che sorridono. Davvero. Da farci chiedere quale sia e dove sia la piu' dolorosa e insopportabile poverta'.
Qui ci sono stelle marine di cui non ci si puo' non accorgere, belle quanto la luce di quelle di ogni sera precoce. Il mare regala pesce e conchiglie rosa, grandi quanto ..noci di cocco, ed e' verde o blu o grigio, come le palme e il cielo. Si puo' pescare o dipingere . Ogni spiaggia , ogni villaggio, ogni bazar ha una 'galeria' e difficilmente tornerete a casa senza il vostro quadro, coloratissimo e perfetto su quelle isole delle Antille, 'difficile'  nelle nostre pallide case. 

Tornerete...Ma dopo aver ritrovato mille buone ragioni per farlo, perche' qui il sole e' chiaro come la voglia di restare.

                  


E POI C'E' PEPE...
...'Pepe' , e cioe' Giuseppe Correro, e' un dominicano di Santo Domingo dal fisico nero e atletico sotto la simpatia di due occhi chiari ('Nessuna eccezione - spiega - Dalle nostre parti accade spesso') .
I genitori e le quattro sorelle vivono ancora nella capitale, dove Pepe ha studiato fino alla laurea in Pedagogia. Adesso vive a Higueya, vicino alle coste di Punta Cana, perche' il suo lavoro e' la guida turistica per le grandi compagnie americane o europee.

Insomma accompagna i suoi 'pepini', come dice lui, su isolette incantate o all'alcazar di Colombo nella Capitale, o a Saona, a Los Tres ojos o all'acquario. Pepini inglesi, francesi, tedeschi, italiani, di cui ormai conosce bene la lingua...'L'italiano l'ho imparato da solo, dai turisti, perche' sono i piu' aperti e chiacchieroni di tutti -  sorride Pepe - Ma anche il nostro e' un popolo aperto e sorridente direi per..tradizione, anche se povero.'
Pepe e' fortunato : ha studiato in un Paese dove l'analfabetismo e' estremamente diffuso, anche se in teoria la scuola dovrebbe essere obbligatoria fino a 12 anni. Pepe e' fortunato, anche perche' lavora , mentre oltre il 30 % della popolazione e' disoccupata...
'Si lavora col turismo - riprende Pepe - col commercio, nei campi, o negli uffici delle grandi citta', dove c'e' sempre la luce...'
Eh gia'! L'illuminazione pubblica non si spreca da queste parti, soprattutto nei piccoli villaggi dove viene a mancare di frequente. Soltanto i grandi resort della costa restano come grandi e sicure oasi di luce.
'Ma la tivu' o la radio ormai l'hanno tutti - precisa Pepe - Ci divertiamo con le partite di baseball; ce n'e' una tutti i giorni. Altrimenti si vanno  a vedere i combattimenti di galli. Ma soprattutto si balla , si balla dappertutto. Ci piace fare festa,. Fare festa e bere rum, la vitamina...'
Pepe e' fortunato: dice che gli piacerebbe ogni tanto andare verso nord e lasciarsi alle spalle il mare; o vedere l'Europa: Firenze, Roma...
Ma lo dice ridendo.


mercoledì 4 luglio 2012

COLOMBIA: IL PAESE CHE NON TI ASPETTI - testo e foto di Paolo Pernigotti



Di stupefacente c’è il Paese che non t’aspetti. E la violenza è il sole dei tremila che brucia nel cielo di Bogotà. Scordatevi certi film: la Colombia non è un ghigno, è un sorriso. La guerra della coca è lontana, relegata nelle foreste di confine e nelle ultime pagine dei giornali. Non è più sulla porta di casa. I padrini del narcotraffico erano i padroni del Paese: in Parlamento come al Rotary. Altri tempi. Pablo Escobar e i signori dei Cartelli sono morti ammazzati. Hanno preso il loro posto opachi guardaspalle. O i guardaspalle dei guardaspalle -che è un mestiere che si diventa vecchi di rado -, gente che al mondo non sa stare neanche da viva.  E la Colombia, giorno dopo giorno, è un altro mondo da loro.
Il cuore d’ogni città, d’ogni mucchio di case, è una Plaza Bolivàr. A Bogotà la statua pensosa dell’eroe è circondata dai neoclassici palazzi che contano: il Parlamento, il Municipio, il Tribunale. E la Cattedrale. Ci sono quaranta università nella capitale e trentasei appartengono alla Chiesa: il Paese vive fra manager Opus Dei e Madonne che occhieggiano come pin up dalle serigrafie degli autobus. 
Devozione e superstizione, cattolicesimo e sincretismo: il vento dell’Africa qui soffia ancora. Il più bel panorama della capitale si gode dal santuario di Monserrate, tremila e duecento metri sulla testa dei nove milioni d’abitanti: i fidanzati non ci vanno per scambiarsi eterno amore, ma per lasciarsi. In una teca di vetro c’è un Cristo del 1700 che cade sotto la croce: la statua ha macabri capelli veri. E’ il protettore di chi non sa come dirlo.
Il centro storico ha due anime: la capitale e il villaggio. A Bogotà orientarsi è facile, come a New York: le strade hanno numeri progressivi e se una strada va da nord a sud si chiama Carrera, da est a ovest Calle. 
La parte più interessante della “Candelaria”, il quartiere coloniale a est di Plaza Bolivàr, sta tra Carrera 2 e 5, tra Calle 9 e 12: vi s’incontrano altre chiese dagli altari d’oro e dalle ombre pesanti, altri palazzi dalle facciate solenni, e poi teatri, musei. Se l’ottocentesco Libertador della piazza grande è opera di un artista calabrese, Pietro Tenerani, un altro Pietro, il fiorentino Cantini, ha firmato in Calle 10 il Teatro Colòn, gran fasto di palchi, ori e do di petto. Perché qui Puccini è più celebre della Pausini.
Dai tempi delle caravelle in giù molti italiani hanno portato un segno da queste parti. La strada inversa l’ha fatta Fernando Botero, colombiano superstar, casa e bottega ormai da anni in Versilia, che però non ha dimenticato il suo Paese, né ha voluto che la Colombia si dimenticasse di lui. In Calle 11 una residenza coloniale balconata e fiorita è diventata un museo che porta il suo nome. Grandi forme e grandi firme: centoventi tele e sculture dell’artista e novanta opere che facevano parte della sua collezione privata, da Picasso a Chagall, da Renoir a Matisse, da Monet a Miro, a tutti i più grandi dell’Otto e Novecento. Con le magrezze di Giacometti dirimpetto alle sue rotondità.
I musei sono una quarantina solo nella Candelaria. E ancora biblioteche, ministeri, monasteri. E transenne e soldati ad ogni angolo a proteggere la quiete senza traffico del barrio nobile. Poi, improvvisamente, le strade si stringono, s’inerpicano verso un’inattesa collina, s’acciottolano di pietre così grosse da schiantare ogni auto che si azzardi, e le case si fanno più povere ma anche più allegre, facciate basse dai colori sgargianti, gialli, rossi, blu, davanzali e balconi che sono macchie di fiori.
 E’ Bogotà quand’era un villaggio, è un paesino in mezzo a una metropoli. Fra scalcinati bar dove un piattone di carne, riso e verdura più una buona birra colombiana e un dolce dolcissimo costano diecimila pesos - e ogni volta ci si casca a pensare che è caro, prima di fare i conti e scoprire che sono quattro Euro - fra bancarelle di fiori e negozi di frutta e verdura, che non si sa quali siano più variopinti. La luce dei duemilaottocento metri ravviva i colori come una passata di Photoshop, le prospettive ingannano, le montagne boscose che circondano la città sembrano a un passo, in fondo a ogni strada. E se l’altitudine toglie il fiato nel su e giù delle ripide stradine, lo zucchero grezzo e il succo di limone di un’”agua de panela” sono una buona scusa per una sosta: tanto qui non c’è fretta, il tempo scorre lento, e non scolora.
Garcia Màrquez, Alvaro Mutis, Fernando Vallejo, Santiago Gamboa: la Colombia è terra di scrittori. E ovunque mercatini di libri usati e biblioteche affollate: la Colombia è anche terra di lettori. Qui la parola è importante, basta un angolo di piazza e un microfono perché la gente faccia cerchio e ascolti. Pensieri in libertà, barzellette, poesie: quel che conta è parlare, quel che conta è ascoltare. Hyde Park per eccellenza è Plaza Santander, all’ombra di un museo che è un forziere di cinque piani: racconta i secoli d’oro del Paese, è il Museo dell’oro. Nelle sale buie grandi teche di cristallo a prova di bazooka, acquari di luce dove galleggiano monili, maschere, costumi: trentacinquemila finissimi gioielli dell’epoca preispanica, di quando questa terra ancora non sapeva che avrebbe pagato cara la sua ricchezza. Il pezzo forte è la miniatura di una zattera dell’antico popolo Muisca, un bagliore di carati che ricostruisce una cerimonia sacra sul lago di Guatavita, con le minuziose figurine dei rematori e del Gran sacerdote. Nell’occasione immensi tesori d’oro e smeraldi venivano lasciati cadere nel lago: erano doni per il dio Sole. Gli spagnoli li hanno cercati a lungo, senza successo. Forse il Sole se li è portati via.
A Bogotà i taxi costano poco. Per noi tutto costa poco in Colombia. E la Carrera 7 vale il tassametro: è un film che scorre al finestrino. Attraversa tutta la città, da Nord a Sud, per decine e decine di chilometri, e racconta i volti più diversi della metropoli. Parte dal Palazzo presidenziale, alle spalle di Plaza Bolivàr, scorre accanto ai grattacieli del centro finanziario, ai ristoranti della Zona G (come gourmet), alle strade della vita notturna, la Zona Rosa, ai grandi centri commerciali, ai quartieri residenziali con i condomini in mattoni rossi e le grandi vetrate, fino a costeggiare le favelas della periferia, che qui chiamano tugurios, abbarbicate sulle alture.
Poi la strada porta più a nord, fra prati gibbosi rubati ad antiche lagune e le selvagge rupi di Sutatausa da cui i missionari buttavano gli indios che non si lasciavano convertire, fra cimiteri fioriti come giardini (perché qui i fiori costano meno di tutto) e bandiere rosse che trionfano sulle facciate di qualche casa ma solo per dire che lì si vende carne.
Cinquanta chilometri fuori dalla capitale, alle porte della cittadina di Zipaquirà, un cartello indica la più spettacolare catacomba che si possa immaginare: Ciudad de la Catedral de sal. Nel cuore profondo di una montagna, dove anticamente era una miniera di sale, si nasconde una maestosa, solenne cattedrale, così grande da poter contenere oltre ottomila persone. La sua navata centrale è alta diciotto metri ed è lunga quindici. Sulla testa ha 125 milioni di tonnellate di sale. Vi si arriva percorrendo una galleria di oltre un chilometro nella quale si aprono quattordici grotte: le stazioni della Via Crucis. Le luci sono fioche, guidano lungo il percorso i canti dei pellegrini. E sotto terra il Cielo è più vicino.
Un po’ scavalcata e un po’ dribblata la Cordigliera orientale, dopo un centinaio di chilometri si arriva a Villa de Leyva. Onore ai suoi amministratori, nei secoli dei secoli, perché la cittadina è com’era, candida e fatata nella quiete dell’epoca coloniale, miracolosamente intatta. Il paese è piccolo, la piazza è grande: centoventi metri per lato, la più grande di tutta la Colombia. E ha la semplice eleganza di un’immensa aia contadina. Quadrata, lastricata di grandi pietre disuguali e sporgenti, una fontana dell’epoca mudejar al centro e, tutt’intorno, basse case bianche dai balconi di legno, qualche locanda, una grande chiesa a dominare l’ampia scena silenziosa. L’ora migliore è il tramonto, quando l’ultimo sole e i primi lampioni lucidano i suoi sassi.
La Colombia è percorsa per il lungo da tre dorsi montagnosi, le Cordigliere, che hanno origine comune nel verde Massiccio colombiano. San Agustin ne è il cuore. Vi si arriva in quattro ore d’auto dall’aeroporto di Neiva, non c’è via più breve. 
La strada costeggia l’impetuoso Rio Magdalena, il più importante fiume del Paese con i suoi millecinquecento chilometri di acque bionde. Un pigmento che cade dagli alberi lo colora alla sorgente, quando il fiume è un toboga di rapide vorticose fra rocce bianche, profondo e stretto: non più di un metro e mezzo da una sponda all’altra, in qualche punto, ma con diciotto metri sotto e una corrente che è un tumulto d’acqua, tanto che molti hanno perso la vita nei suoi gorghi per poter dire: ho saltato il Magdalena con un balzo.
La strada per San Agustin attraversa coltivazioni di cacao, di tabacco e di riso all’ombra di Ceibas centenarie, sale fra mandrie di zebu dal manto bianco e bancarelle di formaggio fresco in cartocci di palma. Cartelli stradali indicano località dal suono familiare: Palermo, Florencia, Venice… I conquistadores non avevano troppa fantasia. Dagli orti dietro casa sbucano piantine di Coca: qualche foglia è permessa, uso personale, per farne tisane contro l’emicrania o ruminarne un po’ quando si è giù di corda. Non è droga, tengono a spiegare, è medicina naturale. Il traffico è a tavoletta: grossi camion dalle cromature splendenti e il muso da bulldog, motociclisti con il numero della targa ripetuto sulla schiena del giubbotto e sul casco: lo impone una legge dei tempi di Escobar, quando i sicari dei narcos prediligevano la moto per il loro lavoro. I tassisti indossano una manica di camicia, una sola: per tenere il braccio fuori dal finestrino senza arrostirlo al sole. Qui picchia. Quando partono, toccano legno, usa così, e si fanno il segno della croce: da come guidano si capisce perché. Ogni tanto una frenata improvvisa: c’è un ingorgo di avvoltoi a banchetto dove un cane ha attraversato la strada soprapensiero.

San Agustin, è il più vasto parco archeologico che esista, un mondo sospeso fra questo e l’altro mondo. E’ la Terra dei morti, solenne monumento all’Aldilà, consolatoria replica dell’Aldiqua. L’antica necropoli è sparsa sulla sommità delle colline, strade ripide e tortuose collegano i siti più importanti: il Parque arqueologico, Alto de los Idolos, La Pelota, El Tablòn, Alto de las Piedras. La cima di una collina è stata spianata, decapitata, gli ingegneri dell’epoca sapevano il mestiere, e nel grande prato, vasto come due campi da calcio e punteggiato da monumenti funerari, si svolgevano le cerimonie più solenni. Altri siti sono nella foresta, protetti dalla vegetazione straripante, spesso accessibili solo a piedi o a cavallo, il che rende ancora più affascinante la loro scoperta. Ai grandi grandi tombe sontuose, ai più comuni morti un buco sotto terra. E sono le prime, inevitabilmente, a destare lo stupore più ammirato, pace all’anima degli altri. Le statue sono oltre cinquecento, alcune piccolissime, la più grande alta sette metri, i soggetti raffigurati hanno sembianze umane e bestiali insieme, impressionante zoo fantastico e mitologico; alcune sculture mostrano ancora ostinate tracce di colore. Chi abitava le colline di San Agustin non ha lasciato altro di sé, se non gli enigmi di queste opere d’arte, rivolte al cielo, il loro cielo affollato di dei, secondo leggi astronomiche complesse ed evolute. Quanta scienza possedevano quegli indios remoti, quanto sapevano non lo sapremo mai. Ed è l’ultimo enigma, il più profondo.
Dal misterioso passato remoto del Massiccio colombiano a Medellin, 
imbarazzante passato prossimo e confortante presente. I suoi “cartelli” oggi esportano rose e garofani, la Colombia ne è la prima produttrice al mondo, e le sue architetture all’avanguardia, le luci delle vetrine, l’unica metropolitana del Paese ne fanno la città più moderna. Proprio la metropolitana è simbolo di riscatto, di un futuro diverso. Linea A verso nord, stazione di Acevedo: qui, davvero, signori si cambia. Una funicolare di cabine trasparenti sale lungo le pendici di una collina, passa su tetti di lamiera a perdita d’occhio, muri improvvisati e bambini scalzi. E’ la favela di Santo Domingo Savio, la più grande fra le tante stese sulle sponde della città. La funicolare ferma in due stazioni intermedie e conclude il suo viaggio proprio nel cuore del “tugurio”, un tempo regno dei narcotraficanti, dove neppure l’esercito osava entrare. Oggi, accanto alla stazione d’arrivo, c’è un grande centro sociale con asilo, teatro e auditorium, c’è una “banca dei poveri”, “Banca Mia” si chiama, dove per garanzia si chiede solo la voglia di risorgere, e c’è una grande biblioteca sempre piena di giovani che da lì cominciano a guardare oltre le fogne a cielo aperto. C’è soprattutto gente in strada, libera di andare, venire, vivere in pace. Libera di sorridere anche agli sconosciuti, come i colombiani sano fare meglio di chiunque altro.
Ferdinando Botero era di Medellin. La centralissima Plazeta de las Esculturas, dove passa tutta la città, è un museo all’aperto delle sue opere, oltre una ventina, e all’ombra delle sue donne ciccione, accanto ai suoi ometti paffuti, la gente chiacchiera, legge, telefona, si bacia. Quell’abbondanza di forme è amica d’ogni gesto.
Rose e garofani, oro e smeraldi, ma anche banane, carbone, petrolio, nichel: la Colombia è ricca. Sono i colombiani che sono poveri. Oltre mezzo milione di famiglie vivono del caffè, di cui il Paese è secondo produttore al mondo, dopo il Brasile. Qui, al bar, si chiede un “tinto” e ha il decantato gusto di montagna: cresce fra i 1300 e i 1700 metri della regione andina, in una fra le più lussureggianti zone della Colombia, la Regione Cafetera, su pendici terrazzate, in mezzo a palmeti, fattorie e torrenti. C’è una piantagione-museo, o parco a tema, nel dipartimento del Quindio, a Calarca: “Recuca” si chiama. Dalla semina alla tazzina passano due anni, qui in due ore si vede tutto e, alla fine, c’è anche un breve corso con assaggio per imparare i segreti di un “tinto” come si deve, e come si beve. A mezz’ora di strada in auto, il bianco villaggio ottocentesco di Salento, souvenir e cotillon in ogni angolo, poi un’altra mezz’ora di salita in jeep o a cavallo e ci sono le palme più sottili e svettanti, l’alpeggio più verde e le mucche più svizzere di tutti i Tropici. E’ un posto che non si sa da dove venga, è la Valle de Cocora. Ad accrescere lo stupore, stracci di nebbia argentati dal sole, nuvole basse che le palme trapassano con i loro colli da giraffa. Forse il cielo è irlandese.
Un appassionato di natura in Colombia non si annoia: il Paese vanta 2300 specie diverse di uccelli, primo al mondo, ed è il secondo per varietà di piante e di farfalle, il terzo per rettili e anfibi, il quarto per mammiferi. E’attraversato da oltre mille fiumi e possiede trentadue parchi nazionali.

Il più famoso è il Parco di Tayrona, ai piedi della Sierra Nevada, a una quarantina di chilometri dalla città di Santa Marta: una foresta sul Mar dei Carabi. Degli indios che l’abitavano un tempo è rimasta una famiglia in cima a una montagna, poche capanne fra i resti in pietra di quello che era un importante villaggio: Pueblito. Occorrono un paio d’ore a piedi, attraverso spiagge e foresta, per raggiungerlo, e qualche provvista di cibo per essere accolti con più cordialità dagli indios. Gli altri abitanti del Parco sono gli ospiti dell’unico, fascinoso albergo - un grappolo di confortevoli capanne stile indios e vista mare - i pochi campeggiatori che hanno trovato da piantare una tenda su una spiaggia e, naturalmente, tutta la fauna che una foresta incontaminata dei Tropici sa offrire: basta fermarsi in silenzio lungo un sentiero, tentare di cancellare la propria presenza. Per qualche istante non succede nulla, tutto tace, poi qualche fruscio, un muoversi di fronde, un batter d’ali, uno scalpiccio alle spalle, un geco che saetta lungo un tronco, una gobba di pelo lucido che taglia il sentiero, il rumore di un ramo che si spezza, un riflesso freddo nell’erba… E, a quel punto, di solito, si preferisce riprendere il cammino, quali altri esseri viventi abitino da quelle parti lo leggeremo sulla guida.
Da un parco naturale a un parco storico, ultima tappa di questo viaggio alle diverse latitudini della Colombia: Cartagena de Indias. Che già suona bene. Le strade e le piazze della città vecchia sembrano quinte di un film di cappa e spada, dai balconcini in legno precipitano cascate di buganvillee, i portoni aperti mostrano patii ombrosi e accoglienti, la colonna sonora la fanno gli zoccoli dei cavalli che portano in giro turisti in carrozzella, e spesse mura cingono il centro storico: lo hanno difeso egregiamente dai pirati, e più recentemente dai palazzinari. Solo qualche piccola incursione è riuscita. A questi ultimi.
Plaza de la Aduana, la più grande e antica della città, Plaza de los Coches, un tempo mercato di schiavi e oggi di dolci sotto il fresco porticato, la grande chiesa di Santo Domingo con il suo campanile pendente, il vicino convento di San Pedro Claver e il riposante giardino interno… Ma quel che c’è da vedere lo si trova anche senza cercare: la città vecchia è piccola, tutto è subito lì. Niente mappe, meglio andare a zonzo, arrivarci per caso, godersi la sorpresa, camminare senza meta. Lasciandosi prendere e portare dalla luce, dai rumori, dal tempo che fu, e pare esserci ancora.


domenica 13 maggio 2012

L'OMBRA VERDE DEI GIGANTI - California da fiaba al Sequoia National Park, di Rita Guidi



  Due miglia in due ore, per questo viaggio “di Gulliver” in una altrettanto sorprendente natura. Sempre un’altra California, a cinque ore d’auto verso Sud-Ovest, rispetto a quella “17 miles drive” di cui abbiamo già parlato, è sempre, improvvisa e imprevedibile, grande suggestione. 
O dovremmo dire “gigantesca”, perché i centoventi minuti da percorrere questa volta a piedi, di cui parliamo, affondano nel millenario rigoglio della “Giant Forest” : quella foresta dei giganti che raccoglie e conserva gran parte di quelle inenarrabili balene degli alberi che sono le sequoie.



Rosse, per quella corteccia porosa e impenetrabile che le può difendere fino a quasi un metro di spessore, riuscireste a individuarle comunque nell’intrico ordinato e sempreverde di questa riserva. Il “Sequoia & Kings Canyon”, cioè, che ammanta di rocce, canyon, caverne e foreste un buon numero di chilometri di questa California, tra la “San Joaquin Valley” e il margine della Sierra Nevada. Un paradiso curatissimo e quasi tutto percorribile in mille sentieri, che comprende come una rara leccornia anche questi mastodonti.

Naso inutilmente all’aria e il vago ma non inquietante sospetto di essere ridiventati bambini e per di più a Lilliput, i visitatori ne percorrono curiosi e minuscoli le circonferenze, si infilano nelle fenditure, spariscono nei teleobiettivi a grandangolo che tentano di immortalarle tutte. Le sequoie. Immobili e immense eppure “delicate”, ascoltano silenziose la meraviglia di noi piccoli uomini moderni. Passanti, per chi il mondo lo abita da sempre. Perché possono arrivare anche due secoli oltre i tremila anni ; e qualcuno lo fa : come il “Generale Sherman”, autentico monumento alla natura ed essere vivente più grande del nostro pianeta, che assolutamente in gran forma, nasconde come una vezzosa signora la sua età. 2.300 o 2.700 anni ? Chissà, anche se anno più anno meno, in quei termini sembra essere solo una questione di particolari.
  Lo trovate all’inizio del “Congress Trail”, questo il nome delle due miglia di sentiero di cui dicevamo ; e dopo di lui, intere famiglie (“The House”, “The Senate”), o altri lupi solitari (“The President”, “McKinley”). Non che quelli senza nome siano da meno : con qualche centinaio d’anni di differenza, questi cuccioli svettano comunque da torcicollo.
 Magari non come i “redwood”, un’altra razza più sottile di sequoia, che può superare i cento metri. Si fermeranno alla novantina, e ingrasseranno fino a un migliaio di tonnellate, tonde di una trentina di metri ; 
delicate : le radici fittissime e larghe, sono poco profonde, da non gradire chi le calpesta.  Ma per ora c’è tempo : cinquecento, seicento, forse un migliaio di anni. Giganti, anche se soldati semplici, in attesa che il “generale” passi la mano...

mercoledì 28 dicembre 2011

NATALE NEL CUORE D'EUROPA di Rita Guidi - foto di Niccolo' Zanichelli



 E’ la Cenerentola delle capitali europee.
 Bruxelles soffre lo sfarzo delle sorelle di Francia e Inghilterra, relegata alle fatiche e all’immagine (faticosa, attualissima, polverosa) di crogiuolo d’Europa tutta euro e Parlamento. Eppure non serve la bacchetta magica per svelarne la sontuosa, (golosa) e timida bellezza, e farne meta di una vacanza (natalizia?) davvero da fiaba. E’ sufficiente un ombrello. Per vincere il grigio cenere di un cielo (troppo) spesso capriccioso. O per difendersi dal vento che lucida il buio che scende così presto; cornice puntuale allo spettacolo di luci che regalano le Feste di fine anno.
 E allora non perdetevi l’emozione di iniziare da lì, dal cuore splendido della città, dalla Grand Place. Orizzonte gotico e spettacolare, che si accende di suggestioni nella scelta del gioco effimero di addobbi di luce e suoni. Un maestoso albero al centro, un Presepe “vero” (con tanto di pecorelle) a lato, il Natale disegna cristalli di neve sulle facciate antiche (le Case delle Corporazioni, l’Hotel de Ville), appoggia addobbi di luce su brani classici e sulle guglie candide di S.Michele; sceglie giochi di laser colorati per vincere il buio, esaltare il profilo svettante dei palazzi.
 Infreddoliti? Abbassate il naso e accettate il vin brulè che offrono tra i banchetti dei mercatini annidati appena dietro la piazza, nel quartiere (indipendente) dell’Ilot Sacrè. O seguite il profumo di waffle e di quel mondo di (ineguagliabile) cioccolata fino alla foto di rito davanti al Mannequin Pis: la scultura bronzea del piccolo Julienne, che la leggenda vuole abbia salvato la città dall’esplosione di una bomba spegnendo la miccia con..la pipi’…
 Shopping d’autore, ma anche passione per i caffè letterari? Sempre dietro la Grand Place, ma in direzione opposta, infilatevi nelle Galerie St.Hubert, 
che uniscono al piacere estetico dello stile decò (l’eleganza, da questa parti, si firma Victor Horta), ai tavolini “storici” della “Taverne du Passage” che hanno accolto Baudelaire, Hugo, Simenon (in mostra fino a febbraio, qui, al Musee des Lettre set des manoscriptes, tutto il mondo del papà di Maigret) . Avete pargoli al seguito? Proseguite per il Museo del Fumetto: altra splendida realizzazione di Horta, che accoglie non-solo-Hergè, da Tin Tin a Zagor, ai Puffi e compagnia bella.

  Direzione grandi firme, di nuovo? Avenue Louise: una promenade di bellezza dal sapore nostrano (Armani, Versace…); e se anche la fame è inguaribilmente italiana, addentratevi solo un poco, (in Rue de Bailli 30) a Le Toscane, dove il cuoco siciliano (a dispetto del nome) vi farà sentire davvero a casa. 
Se poi è proprio la vostra città che vi manca, non cercatela con lo sguardo
 dalla “molecola” più alta dell’Atomium; piuttosto nel nuovissimo “Parlamentarium”: autentico gioiello iper-tecnologico dedicato a un percorso storico-culturale nell’Unione Europea. 
Dopo una visita all’emiciclo del “vero” Parlamento Europeo (ingresso anche senza prenotazione alle 10 e alle 15), il tour virtuale (e gratuito) al Parlamentarium, nella grande e modernissima struttura appena di fronte, è davvero da non perdere. Accompagnati da un’audio/video-guida interattiva attraverso sale suggestive con pareti a tutto schermo, pannelli e tavoli touch-screen, potrete davvero sentirvi immersi nella storia d’Europa; sotto un soffitto di luci che ne tracciano i confini, potrete guidare un lettore mobile multimediale ed entrare nelle più importanti città (sì, c'è da scommetterci che c'è anche la vostra); potrete partecipare, con il gioco interattivo di quesiti o di proposte all’Europa di domani.
 Una traccia attiva, subito rilanciata dai pannelli luminosi che vi salutano all’uscita come veri cittadini del mondo.  E se fuori il cielo è sempre buio, di nuovo aprite l’ombrello: quello dei tanti quadri di Magritte, nel surreale museo a lui dedicato. E proprio accanto, al Museo di Belle Arti, non perdetevi il Cinquecento onirico di Bosch, e Bruegel. Figli di questo cielo, cinerino e magico. Di fronte, del resto, c’è il Palazzo Reale. Dicono che non scompare, no, nemmeno a mezzanotte.



P.S.
Bruxelles è ampiamente servita da voli low-cost. Tra i più abbordabili (e puntuali) Ryan Air, che ha uno scalo dedicato a Charleroy (con navetta – 45 minuti – per la citta’).
 Ottime anche le possibilità di alloggio a budget ridotto. Per esempio il Beau Site, in rue De La Longue Haie, davvero a due passi da Avenue Louise e dunque dal centro come anche da metrò, tram e bus per tutte le destinazioni.
 Spuntini speciali e deliziosi nella catena Le Pain Quotidien (9 indirizzi solo in città) che offre ambiente chic e prodotti bio a una decina di euro (bevande, soprattutto acqua!, a parte). Per una cena con i fiocchi dipende dalle zone e dalle tasche. Ma c’è sempre Le Toscane (rue du Baillie 30) o una pizzeria dove rimediare un pasto “italiano” e abbondante.

lunedì 20 giugno 2011

LE 17 MIGLIA DI UN'ALTRA CALIFORNIA di Rita Guidi


Se cercate un’idea di grigio in più rispetto a quelle che potreste pensare, andate in California. Sì. Il più colorato, fluo e soleggiante lembo d’America non risparmia nemmeno su questo. Sui grigi. Intensi e luminosi da infastidire lo sguardo, rarefatti e magici da ispirare tanti artisti e scrittori, si raccolgono soprattutto qui, tra la sabbia, l’oceano e il cielo, e soprattutto (ma forse sarebbe più esatto dire solamente), in quello stralcio di costa ad appena un’ora da San Francisco, che ruba l’unico rigore che il Pacifico di queste parti sa concedere.
Temperature ad un passo dal freddo, e dunque una brezza asciutta che anche nel sole pieno difficilmente lascia sudare ; piogge pressoché assenti in quattro stagioni che mitemente si confondono, le prime ore del giorno e della sera illuminano il rigoglio di verde e di fiori della baia di Monterey, Carmel, Big Sur (questi, appunto, i luoghi) con un velo di nebbia. Preziosissima e rugiadosa, è  infatti lei che bagna di sangrilà i campi da golf e i cipressi, attutisce i versi degli scoiattoli e delle foche, impertinenti e numerose abitanti degli scogli.
Per vedere anche loro, rotolanti e allegre in questo oceano tutto da guardare, non avete che da percorre quelle diciassette miglia di costa così suggestive che gli americani di qui hanno deciso di farne, se “benestanti”, il luogo di ville silenziose ed incantate, o comunque (che strano eh ?) un affare. La “17 miles drive”, questo il suo nome, infatti si paga : 7 dollari e 25 cent, per l’esattezza. Spesi, però, assolutamente bene.

 L’importante è mettere in conto anche un mezzo pomeriggio e nessuna fretta, perché è davvero un piccolo viaggio.
Pensato in ventuno tappe, in ognuna un luogo rotondo per sostare su un orizzonte diverso, è infatti un percorso davvero lontano da tutto, ma non dal pensiero ; nel tempo sospeso e grigio (non scegliete, se possibile, il sole del mezzogiorno) che prima di qualsiasi uomo l’oceano ha da sempre saputo regalare.
Tra le tante istantanee, è allora il caso di ricordare almeno la sabbia finissima e candida di “Spanish Bay” ; la rocciosa  “Point Joe”, l’attracco maledetto che oltre la nebbia (sempre la nebbia) ingannava fatalmente i marinai che pensavano fosse l’ingresso sicuro della baia di Monterey ; o “Bird rock”, un grumo di scogli sul quale più dei gabbiani e dei cormorani che anneriscono le pietre, divertono le foche e i leoni marini, densi, vocianti e pigri sull’orlo dell’acqua, mentre gli scoiattoli sempre a caccia di quanto avete da offrire vi circondano le caviglie. E ancora “Ghost Tree”, l’incantato e bianco cipresso fantasma (l’abbiamo detto che questa atmosfera rarefatta e salmastra ha nutrito gli occhi e le pagine di Miller, Stevenson, Steinbeck, che era di queste parti...) ; e soprattutto “The lone cypress” il cipresso (ma noi lo chiameremmo pino marittimo), che sembra crescere il suo profilo verde e contorto direttamente sulla roccia. E forse è proprio lui il più famoso e il più fotografato. Simbolo per di più di quel campo da golf che appartiene all’attrezzatissimo complesso del “Pebble beach”, che, manco a dirlo, è tra i più belli della California. Perché il silenzio dell’oceano non ci faccia dimenticare che qui è pur sempre America. E dunque, la strada separa dall’acqua le prestigiosissime “buche”, e le appartatissime ville ; e sulla “17 miles” stessa, c’è sempre qualcuno che corre, pedala, fa jogging.
L’uscita ? Vi riconduce a Carmel, celeberrimo centro preferito da tanti vip e del quale fu “major” Clint Eastwood ; o, dirigendo verso nord, a Monterey, che dà nome alla baia e alla penisola. Cittadina di legno e di oceano, anche questa, suggestiva benché turistica nelle attrezzature  antiche quanto può esserlo l’America, di Cannery Row, la strada del porto ricordata esattamente dal titolo di un racconto di Steinbeck ; o nella spettacolarità dell’acquario, la più grande riserva marina del Paese, dove, in un gesto di gusto molto USA, funziona anche un ristorante interno, sormontato da balenotteri in carta pesta, con menù “appropriato”.
Vetrate immense per un oceano di colori. Il regno nascosto sotto le diciassette miglia di grigio incantato di questa costa.