domenica 13 maggio 2012

L'OMBRA VERDE DEI GIGANTI - California da fiaba al Sequoia National Park, di Rita Guidi



  Due miglia in due ore, per questo viaggio “di Gulliver” in una altrettanto sorprendente natura. Sempre un’altra California, a cinque ore d’auto verso Sud-Ovest, rispetto a quella “17 miles drive” di cui abbiamo già parlato, è sempre, improvvisa e imprevedibile, grande suggestione. 
O dovremmo dire “gigantesca”, perché i centoventi minuti da percorrere questa volta a piedi, di cui parliamo, affondano nel millenario rigoglio della “Giant Forest” : quella foresta dei giganti che raccoglie e conserva gran parte di quelle inenarrabili balene degli alberi che sono le sequoie.



Rosse, per quella corteccia porosa e impenetrabile che le può difendere fino a quasi un metro di spessore, riuscireste a individuarle comunque nell’intrico ordinato e sempreverde di questa riserva. Il “Sequoia & Kings Canyon”, cioè, che ammanta di rocce, canyon, caverne e foreste un buon numero di chilometri di questa California, tra la “San Joaquin Valley” e il margine della Sierra Nevada. Un paradiso curatissimo e quasi tutto percorribile in mille sentieri, che comprende come una rara leccornia anche questi mastodonti.

Naso inutilmente all’aria e il vago ma non inquietante sospetto di essere ridiventati bambini e per di più a Lilliput, i visitatori ne percorrono curiosi e minuscoli le circonferenze, si infilano nelle fenditure, spariscono nei teleobiettivi a grandangolo che tentano di immortalarle tutte. Le sequoie. Immobili e immense eppure “delicate”, ascoltano silenziose la meraviglia di noi piccoli uomini moderni. Passanti, per chi il mondo lo abita da sempre. Perché possono arrivare anche due secoli oltre i tremila anni ; e qualcuno lo fa : come il “Generale Sherman”, autentico monumento alla natura ed essere vivente più grande del nostro pianeta, che assolutamente in gran forma, nasconde come una vezzosa signora la sua età. 2.300 o 2.700 anni ? Chissà, anche se anno più anno meno, in quei termini sembra essere solo una questione di particolari.
  Lo trovate all’inizio del “Congress Trail”, questo il nome delle due miglia di sentiero di cui dicevamo ; e dopo di lui, intere famiglie (“The House”, “The Senate”), o altri lupi solitari (“The President”, “McKinley”). Non che quelli senza nome siano da meno : con qualche centinaio d’anni di differenza, questi cuccioli svettano comunque da torcicollo.
 Magari non come i “redwood”, un’altra razza più sottile di sequoia, che può superare i cento metri. Si fermeranno alla novantina, e ingrasseranno fino a un migliaio di tonnellate, tonde di una trentina di metri ; 
delicate : le radici fittissime e larghe, sono poco profonde, da non gradire chi le calpesta.  Ma per ora c’è tempo : cinquecento, seicento, forse un migliaio di anni. Giganti, anche se soldati semplici, in attesa che il “generale” passi la mano...

mercoledì 28 dicembre 2011

NATALE NEL CUORE D'EUROPA di Rita Guidi - foto di Niccolo' Zanichelli



 E’ la Cenerentola delle capitali europee.
 Bruxelles soffre lo sfarzo delle sorelle di Francia e Inghilterra, relegata alle fatiche e all’immagine (faticosa, attualissima, polverosa) di crogiuolo d’Europa tutta euro e Parlamento. Eppure non serve la bacchetta magica per svelarne la sontuosa, (golosa) e timida bellezza, e farne meta di una vacanza (natalizia?) davvero da fiaba. E’ sufficiente un ombrello. Per vincere il grigio cenere di un cielo (troppo) spesso capriccioso. O per difendersi dal vento che lucida il buio che scende così presto; cornice puntuale allo spettacolo di luci che regalano le Feste di fine anno.
 E allora non perdetevi l’emozione di iniziare da lì, dal cuore splendido della città, dalla Grand Place. Orizzonte gotico e spettacolare, che si accende di suggestioni nella scelta del gioco effimero di addobbi di luce e suoni. Un maestoso albero al centro, un Presepe “vero” (con tanto di pecorelle) a lato, il Natale disegna cristalli di neve sulle facciate antiche (le Case delle Corporazioni, l’Hotel de Ville), appoggia addobbi di luce su brani classici e sulle guglie candide di S.Michele; sceglie giochi di laser colorati per vincere il buio, esaltare il profilo svettante dei palazzi.
 Infreddoliti? Abbassate il naso e accettate il vin brulè che offrono tra i banchetti dei mercatini annidati appena dietro la piazza, nel quartiere (indipendente) dell’Ilot Sacrè. O seguite il profumo di waffle e di quel mondo di (ineguagliabile) cioccolata fino alla foto di rito davanti al Mannequin Pis: la scultura bronzea del piccolo Julienne, che la leggenda vuole abbia salvato la città dall’esplosione di una bomba spegnendo la miccia con..la pipi’…
 Shopping d’autore, ma anche passione per i caffè letterari? Sempre dietro la Grand Place, ma in direzione opposta, infilatevi nelle Galerie St.Hubert, 
che uniscono al piacere estetico dello stile decò (l’eleganza, da questa parti, si firma Victor Horta), ai tavolini “storici” della “Taverne du Passage” che hanno accolto Baudelaire, Hugo, Simenon (in mostra fino a febbraio, qui, al Musee des Lettre set des manoscriptes, tutto il mondo del papà di Maigret) . Avete pargoli al seguito? Proseguite per il Museo del Fumetto: altra splendida realizzazione di Horta, che accoglie non-solo-Hergè, da Tin Tin a Zagor, ai Puffi e compagnia bella.

  Direzione grandi firme, di nuovo? Avenue Louise: una promenade di bellezza dal sapore nostrano (Armani, Versace…); e se anche la fame è inguaribilmente italiana, addentratevi solo un poco, (in Rue de Bailli 30) a Le Toscane, dove il cuoco siciliano (a dispetto del nome) vi farà sentire davvero a casa. 
Se poi è proprio la vostra città che vi manca, non cercatela con lo sguardo
 dalla “molecola” più alta dell’Atomium; piuttosto nel nuovissimo “Parlamentarium”: autentico gioiello iper-tecnologico dedicato a un percorso storico-culturale nell’Unione Europea. 
Dopo una visita all’emiciclo del “vero” Parlamento Europeo (ingresso anche senza prenotazione alle 10 e alle 15), il tour virtuale (e gratuito) al Parlamentarium, nella grande e modernissima struttura appena di fronte, è davvero da non perdere. Accompagnati da un’audio/video-guida interattiva attraverso sale suggestive con pareti a tutto schermo, pannelli e tavoli touch-screen, potrete davvero sentirvi immersi nella storia d’Europa; sotto un soffitto di luci che ne tracciano i confini, potrete guidare un lettore mobile multimediale ed entrare nelle più importanti città (sì, c'è da scommetterci che c'è anche la vostra); potrete partecipare, con il gioco interattivo di quesiti o di proposte all’Europa di domani.
 Una traccia attiva, subito rilanciata dai pannelli luminosi che vi salutano all’uscita come veri cittadini del mondo.  E se fuori il cielo è sempre buio, di nuovo aprite l’ombrello: quello dei tanti quadri di Magritte, nel surreale museo a lui dedicato. E proprio accanto, al Museo di Belle Arti, non perdetevi il Cinquecento onirico di Bosch, e Bruegel. Figli di questo cielo, cinerino e magico. Di fronte, del resto, c’è il Palazzo Reale. Dicono che non scompare, no, nemmeno a mezzanotte.



P.S.
Bruxelles è ampiamente servita da voli low-cost. Tra i più abbordabili (e puntuali) Ryan Air, che ha uno scalo dedicato a Charleroy (con navetta – 45 minuti – per la citta’).
 Ottime anche le possibilità di alloggio a budget ridotto. Per esempio il Beau Site, in rue De La Longue Haie, davvero a due passi da Avenue Louise e dunque dal centro come anche da metrò, tram e bus per tutte le destinazioni.
 Spuntini speciali e deliziosi nella catena Le Pain Quotidien (9 indirizzi solo in città) che offre ambiente chic e prodotti bio a una decina di euro (bevande, soprattutto acqua!, a parte). Per una cena con i fiocchi dipende dalle zone e dalle tasche. Ma c’è sempre Le Toscane (rue du Baillie 30) o una pizzeria dove rimediare un pasto “italiano” e abbondante.

lunedì 20 giugno 2011

LE 17 MIGLIA DI UN'ALTRA CALIFORNIA di Rita Guidi


Se cercate un’idea di grigio in più rispetto a quelle che potreste pensare, andate in California. Sì. Il più colorato, fluo e soleggiante lembo d’America non risparmia nemmeno su questo. Sui grigi. Intensi e luminosi da infastidire lo sguardo, rarefatti e magici da ispirare tanti artisti e scrittori, si raccolgono soprattutto qui, tra la sabbia, l’oceano e il cielo, e soprattutto (ma forse sarebbe più esatto dire solamente), in quello stralcio di costa ad appena un’ora da San Francisco, che ruba l’unico rigore che il Pacifico di queste parti sa concedere.
Temperature ad un passo dal freddo, e dunque una brezza asciutta che anche nel sole pieno difficilmente lascia sudare ; piogge pressoché assenti in quattro stagioni che mitemente si confondono, le prime ore del giorno e della sera illuminano il rigoglio di verde e di fiori della baia di Monterey, Carmel, Big Sur (questi, appunto, i luoghi) con un velo di nebbia. Preziosissima e rugiadosa, è  infatti lei che bagna di sangrilà i campi da golf e i cipressi, attutisce i versi degli scoiattoli e delle foche, impertinenti e numerose abitanti degli scogli.
Per vedere anche loro, rotolanti e allegre in questo oceano tutto da guardare, non avete che da percorre quelle diciassette miglia di costa così suggestive che gli americani di qui hanno deciso di farne, se “benestanti”, il luogo di ville silenziose ed incantate, o comunque (che strano eh ?) un affare. La “17 miles drive”, questo il suo nome, infatti si paga : 7 dollari e 25 cent, per l’esattezza. Spesi, però, assolutamente bene.

 L’importante è mettere in conto anche un mezzo pomeriggio e nessuna fretta, perché è davvero un piccolo viaggio.
Pensato in ventuno tappe, in ognuna un luogo rotondo per sostare su un orizzonte diverso, è infatti un percorso davvero lontano da tutto, ma non dal pensiero ; nel tempo sospeso e grigio (non scegliete, se possibile, il sole del mezzogiorno) che prima di qualsiasi uomo l’oceano ha da sempre saputo regalare.
Tra le tante istantanee, è allora il caso di ricordare almeno la sabbia finissima e candida di “Spanish Bay” ; la rocciosa  “Point Joe”, l’attracco maledetto che oltre la nebbia (sempre la nebbia) ingannava fatalmente i marinai che pensavano fosse l’ingresso sicuro della baia di Monterey ; o “Bird rock”, un grumo di scogli sul quale più dei gabbiani e dei cormorani che anneriscono le pietre, divertono le foche e i leoni marini, densi, vocianti e pigri sull’orlo dell’acqua, mentre gli scoiattoli sempre a caccia di quanto avete da offrire vi circondano le caviglie. E ancora “Ghost Tree”, l’incantato e bianco cipresso fantasma (l’abbiamo detto che questa atmosfera rarefatta e salmastra ha nutrito gli occhi e le pagine di Miller, Stevenson, Steinbeck, che era di queste parti...) ; e soprattutto “The lone cypress” il cipresso (ma noi lo chiameremmo pino marittimo), che sembra crescere il suo profilo verde e contorto direttamente sulla roccia. E forse è proprio lui il più famoso e il più fotografato. Simbolo per di più di quel campo da golf che appartiene all’attrezzatissimo complesso del “Pebble beach”, che, manco a dirlo, è tra i più belli della California. Perché il silenzio dell’oceano non ci faccia dimenticare che qui è pur sempre America. E dunque, la strada separa dall’acqua le prestigiosissime “buche”, e le appartatissime ville ; e sulla “17 miles” stessa, c’è sempre qualcuno che corre, pedala, fa jogging.
L’uscita ? Vi riconduce a Carmel, celeberrimo centro preferito da tanti vip e del quale fu “major” Clint Eastwood ; o, dirigendo verso nord, a Monterey, che dà nome alla baia e alla penisola. Cittadina di legno e di oceano, anche questa, suggestiva benché turistica nelle attrezzature  antiche quanto può esserlo l’America, di Cannery Row, la strada del porto ricordata esattamente dal titolo di un racconto di Steinbeck ; o nella spettacolarità dell’acquario, la più grande riserva marina del Paese, dove, in un gesto di gusto molto USA, funziona anche un ristorante interno, sormontato da balenotteri in carta pesta, con menù “appropriato”.
Vetrate immense per un oceano di colori. Il regno nascosto sotto le diciassette miglia di grigio incantato di questa costa.

martedì 24 maggio 2011

GIAMAICA: IL VERDE ORIZZONTE DI BOB MARLEY (2) testo e foto di Paolo Pernigotti

Non c’è solo “Via col vento”, la Terra dei resort offre altri film: da “Tarzan” a “Lo squalo”, da “Indiana Jones” a “Sandokan”. Qui la scoperta della natura diventa gioco, avventura; le spiagge e la foresta sono un grande parco a temi, pieno di americani che non se ne vorrebbero più andare. Ocho Rios è base ideale per queste escursioni nei paesaggi della Giamaica e della fantasia. Si può volare sulla foresta di Cranbrook appesi a cavi d’acciaio: da una Palma Gigante a una maestosa Ceiba a una Sequoia,  imbragati in moschettoni da ferrata e legati a una carrucola per guardare la jungla dall’alto in basso. Si chiama “Canopy Tour”.  Oppure giù per il “White River”, sprofondati  in un canottino grande come un salvagente, fra romantiche lagune e innocue rapide, sotto volte di felci e bambù. In mare, invece, si va a cavallo: a nuotare a sei zampe dove neppure gli zoccoli toccano più. O in giro su jeep tigrate da safari. O in mountain bike, in dune buggy, in canoa, persino su carriolini trainati dai cani. Per  queste escursioni si parte nei pressi della spiaggia di Priory, dove ha il quartier generale la “Chukka Caribbean Adventures”, premiato divertimentificio dell’isola.
Anche le “Dunn’s River Falls” sono diventate un gioco: per qualcuno sono le più belle cascate del mondo, ma qui ci si viene soprattutto per scalarle. Costume da bagno e mano nella mano, in cordata fra le rocce levigate e scivolose, si parte dalla sfavillante spiaggia dove il Dunn’s River si butta in mare e ci si inerpica controcorrente, nell’ombra della foresta tropicale, per un dislivello di circa duecento metri. Fra scivoloni e bagni, risate e ammaccature, ci si dimentica solo di guardare il paradiso intorno.
Più tranquilla la visita di “Prospect Plantation”, a cinque chilometri dalla città, in cima a una collina: su un “jitney”, una specie di vagone trainato da un trattore, attraverso colture di banane, caffè, manioca, ananas, palme da cocco e caffè, fino all’antica villa padronale, sulla sommità che domina la baia. Più Disneyland, invece, “Dolphin Cove”, sempre in zona: quinte di cartone per un villaggio di pirati tutto boutique, ristoranti e ombrelloni. Sono veri i delfini, ma sono falsi i loro baci ai turisti: se non c’è lo zuccherino non se ne parla. E sono veri gli squali, che passeggiano in piscina accanto ai loro istruttori, ma hanno l’aria imbambolata di pescicagnolini già satolli e innocui.
 La strada continua la sua corsa – si fa per dire – verso Port Antonio, all’estremo orientale dell’isola. Si alternano tratti asfaltati e Camel Trophy. Ottanta chilometri in tutto, non meno di tre ore. La strada è in rifacimento, una ventina di grandi cantieri sono aperti, un esercito di ruspe e caterpillar è schierato. I lavori fervono, ma lentamente. Tutto in Giamaica è sloly: fa caldo. Solo al volante i giamaicani si scatenano. Qui si guida a sinistra, ma non preoccupatevi se intendete noleggiare un macchina: vanno tutti al centro. Ai lati ci sono buche profonde e le sospensioni sono sacre, ogni incrociarsi di auto è una sfida all’ultima sterzata. Spesso va bene.
Con la strada che c’è, il turismo non ha ancora invaso Port Antonio, e alle banchine approdano più bananiere che alberghi galleggianti della Royal Caribbean. Ci si può mescolare alla gente senza essere assaliti dai venditori di souvenir, si può passeggiare anche di notte senza essere assaliti. I dintorni di Port Antonio sono la villeggiatura dei giamaicani bene: grandi ville nel verde della foresta tropicale, che aprono i battenti nel fine settimana, e alberghi di charme che fanno tanto colonia di sua maestà britannica. Il cuore di Port Antonio è la piazza dell’orologio: su un lato si aprono le baracchette del Musgrave market, dove il parrucchiere e il sarto lavorano in strada, sull’altro alcuni edifici rossi e imponenti, come il Village of St George, stile olandese, e il georgiano tribunale sormontato da una solenne cupola. Poco lontano, in Harbour Street, l’anglicana Christ Church: stile neoromanico, anche qui mattoni rossi, oche e galline sul sagrato. Port Antonio ha le sue memorie più sfavillanti su un isolotto che chiude la baia di West Harbour: Navy Island. Negli anni ’50 l’acquistò Errol Flynn e divenne un’appendice della leggendaria Hollywood d’allora: feste e festini, lusso e lussuria. Se ne favoleggia ancora, ma oggi ci vanno i vacanzieri della domenica con il latte di cocco nel thermos.
Fantasma di vecchie glorie – nel suo biancore e nella sua grandiosità – anche il “Trident Castle”, tre chilometri verso est. Lo volle così, alla fine degli Anni ’70, una baronessa dal nome impegnativo: Elisabeth Siglindy Stephan von Stephanie Tyssen. Tutto torri e balconcini, arroccato su un promontorio, parco a gradoni e scalinate che scendono in mare, è disabitato da tempo. Basta scostare il grande cancello in ferro per entrare, aggirarsi fra i vialetti affacciarsi dalle terrazze sul mare. Non c’è nessuno. Però, chissà perché, si cammina in punta di piedi. Anche il mare non fa rumore.
Un film è stato girato davvero da queste parti: “Laguna blu”. A dieci minuti dal castello, il ricordo di Brooke Shields e lunghe zattere di bambù aspettano i turisti. Sotto ci sono 52 metri, sopra tutti colori del blu, intorno la foresta che si piega sull’acqua.  
Ma si può andare in Giamaica senza andare a Kingston? Sì. Sono centocinquanta chilometri dalla costa sud e la capitale non merita il viaggio. Ma il viaggio merita. Attraversa la parte più interna dell’isola e ne svela il volto più antico e autentico. Curve su curve e traffico giamaicano, ma un mondo di contadini e pescatori che non ruba neppure la luce perché non sa che farsene. La foresta tropicale è padrona incontrastata, la strada è spesso un’ombrosa galleria dal tetto di felci e bambù.
Verso Kingston s’incontra l’antica capitale della Giamaica: Spanish Town. Con i suoi 120.000 abitanti è la seconda città dell’isola e si coglie il suo trascorso splendore nelle tante case patrizie in stile georgiano, cariche di rughe e nobiltà. Ha una bella e deserta piazza spagnoleggiante del 1500, giardino con monumento al centro e solenni edifici in mattoni rossi sui quattro lati: un angolo d’Europa su un pezzo d’Africa alla deriva in America.
A Kingston mettete la sicura agli sportelli dell’auto e l’occhio sul navigatore: finire fra i ghetti della zona ovest o in Down Town dopo il calar del sole può essere un’esperienza fin troppo pittoresca. La zona degli alberghi – New Kingston - è invece tranquilla anche di notte ed è vicina al “Parco dell’Emancipazione”, una delle poche attrattive della capitale per il suo verde ordinato, le sue fontane luminose e il celebre monumento “Redemption Song”, della scultrice Laura Facey Cooper, costato oltre quattro milioni di dollari e giudicato da molti troppo “hard”. Raffigura un uomo e una donna di colore, nudi, uno di fronte all’altra. Sono due statue imponenti. Ogni dettaglio è piuttosto imponente.
Devon House è il più elegante edificio della capitale, il miglior ristorante dell’isola e la più prelibata gelateria: tre buoni motivi per una visita. Risale al 1880, ha una facciata ocra e bianco in corso di restauro e si affaccia su un quieto giardino. Ospita il “Norma’s on the terrace”, cucina rigorosamente giamaicana e terrazza romantica. La gelateria si apre sul giardino: a portata di panchine per gustarsi le specialità al rum e allo zenzero.
A Kingston c’è il museo più importante e famoso dell’isola. In una sala un ritaglio di giornale italiano: “Per un bruno così si può anche delirare” – scriveva Natalia Aspesi il 28 giugno del 1980. E si riferiva a Bob Marley in concerto a Milano. Il museo che lo celebra è puro feticismo: c’è tutto ciò che gli apparteneva e ha fatto parte della sua vita, i dischi di platino e le foto da bambino, i buchi sul muro di quando gli spararono e il letto su cui dormiva. Le visite sono guidate ed è vietato fumare. Sigarette.

mercoledì 11 maggio 2011

GIAMAICA: IL VERDE ORIZZONTE DI BOB MARLEY testo e foto di Paolo Pernigotti


Sì, la Giamaica è verde. Ma non fidatevi: la dipingono. 
A Montego Bay, quando non piove da tempo esce una vecchia autobotte e spruzza di verde le aiuole rinsecchite, le siepi, i pratini. D’altronde qui l’erba è importante: è Bob Marley l’eroe nazionale. Il mare invece è senza coloranti: è tutto suo quel bluverdeazzurrobianco con un’ acqua così limpida e placida che viene da nuotare piano per non scomporla.
La Giamaica confina a Nord con un paese felice: la Terra dei Resort, giorni smaglianti e sere a lume di candela. Profonda quanto basta per abitarvi un sogno, lunga quanto le sue spiagge più belle. Nella specchiata hall di Half Moon – il resort più prestigioso dell’isola – c’è Bush padre incorniciato nella galleria di chi c’è stato. E qui dev’essersi sentito a casa. Casa Bianca. Perché in questi firmamenti di stelle gran lusso vince il bianco. Non solo nella pelle dei clienti e nel lampo abbacinante delle spiagge, ma nelle pompose scenografie da “Via col vento” on the beach: colonne, timpani e verande, marmi e stucchi smaltati. Neri – ma in giacca bianca – solo i camerieri, pronti al sorriso, al drink, al “Sir”. Fra mare, palme e green, una quiete che, anche quella, sembra un lungo ciak, una storia felice. Peccato che sia un film.
La verità è oltre il cancello e le guardie. Oltre confine. Con i suoi colori – forse è proprio il bianco che langue - e i suoi dolori, i suoi rumori, umori, amori. Perché in Giamaica non ci sono antiche vestigia, musei, monumenti. Non c’è niente di particolare da vedere. C’è tutto: la vita della sua gente, la terra, il mare.

Il charter della Livingston Milano-Montego si mette in coda ai banchi dell’Immigrazione con rosee tardone del Michigan e dell’Ohio. Questa è la Svezia del maschio italiano anni ’50: sesso libero, ottimo e abbondante. E i giamaicani si pubblicizzano senza subliminali: le statuette di legno che fanno bella mostra di loro in ogni bancarella sono così autoreferenziali che non passano come bagaglio a mano. Per la Security sono armi improprie. E’ l’ultima spiaggia, le signore vogliono bruciarsi. Non solo ai raggi del Tropico.
I giamaicani hanno facce da galera, ma non è colpa loro: c’è sangue pirata nelle vene e rabbia di antichi schiavi sotto la pelle. Le giamaicane hanno facce che ci stanno, ma è colpa nostra che non sappiamo leggere altro nelle loro labbra spugnose, negli sguardi selvatici, nelle curve esplosive. Montego ne è convulso palcoscenico. E taxi strombettanti in processione, insegne variopinte e roboanti, McDonald e Pizza Hut: la città è un villaggio che si sente metropoli. Capitale del Nord, privilegiato approdo delle crociere dalla Florida e primo porto commerciale della Giamaica, più di ogni altro luogo svela l’anima segreta, più autentica dell’isola.
La Giamaica confina verso nord con la Terra dei resort, verso sera con l’Africa. Gli uffici chiudono, il sole si smorza e la vita scende in strada. Reggae, rap, halldance, i negozi squadernano sui marciapiedi casse da discoteca e incrociano i loro decibel con le autoradio a squarciagola di passaggio, con lo strombettare dei taxi in fila indiana. E’ un’onda da cui farsi portare, una fiera di passi, di sguardi e di parole. Teli accampati ovunque vendono qualsiasi cosa e le grida degli ambulanti cercano di sopraffare Bob Marley; disteso sui gradini qualcuno ha nient’altro che la sua storia biascicata da vendere e tende senza convinzione la mano rinsecchita; nugoli di scolarette in uniforme da ragazzine  ricche tornano verso le loro baracche di periferia; vecchie streghe s’illuminano in sorrisi sdentati per piazzare un mango o una papaia; pin up e machi  hanno passi e sogni da disco music a stelle e strisce; rasta dai capelli di corda si accarezzano il pizzo caprino e inseguono più fumosi sogni.
Nei resort è l’ora del dinner e delle orchestrine soffuse. In strada è l’ora dei jerk: un bidone da benzina tagliato per il lungo, riempito a metà di carbone e rami di Pimento, pianta aromatica e condimento nazionale. Nel rudimentale barbecue si arrostisce pesce, manzo, maiale. Quel che c’è. E da una specie di tubo di scappamento escono fumo e profumo che riempiono le strade e adescano i clienti. Per dessert, canna da zucchero scorticata al momento, da succhiare fino al midollo. La sete poi si toglie con un colpo di machete a una noce di cocco o con una Red Stripe a garganello, la biondissima birra del posto. Le lampadine penzolanti dei jerk saranno le ultime a spegnersi, nel cuore della notte: l’appetito ha le sue regole, la fame non ha orario.
Così sei giorni su sette, ma la domenica è il giorno del Signore. E delle signore per un giorno. Montego, un girone di dannati che si riempie di alleluia. Negozi chiusi, poche bancarelle, strade vuote, neppure i soliti taxi in circolazione. Ovunque chiese, grandi come teatri o piccole come un garage: protestanti, cattolici, evangelici, pentecostali, avventisti, animisti. Cristo in tutti i modi. E chi non è in casa o in chiesa è solo chi è senza casa o senza chiesa: per le strade del centro, sotto i portici di Marcket Street, nelle aiuole di Sam Scarpe Square, solo i più disperati. Corpi distesi, passi stentati, mani tese, parole farfugliate. Montego fa paura. Ma, d’improvviso,colori pastello riempiono la città, e profili da Mary Poppins. Sciamano all’uscita da messa su traballanti scarpette di vernice, la Bibbia sotto il braccio, cappellini con la veletta, tailleur squadrati. All’angolo di una strada improvvisano un pulpito di anatemi e fiamme eterne, tra alleluia, battimani e tamburelli. Altre distribuiscono razioni di pollo e riso dal camioncino della parrocchia. Qualcuna allunga una moneta. Altre il passo verso casa, che di monete c’è poco da frugare. Hanno al fianco ossuti cavalieri, rigidi nei loro abiti scuri e lisi. I più giovani si concedono damascate sciccherie da piano bar. La città è due mondi. Ma il paradiso e l’inferno si sfiorano con rispetto: sanno che già domani saranno più vicini. Come Cenerentola, la favola di Mary Poppins finisce a mezzanotte.  
Una strada lunga centottanta chilometri percorre tutta la costa Nord. Verso ovest si va verso il rinomato tramonto di Negril. Non sono male neppure le imitazioni, ma pare che come il sole si butta in mare in questo estremo occidentale non si butti da nessun’altra parte. E l’appuntamento è al Rick’ Cafè: rum, musica e sunset da intenerire il core. Di giorno, invece, è gara a chi si tuffa più dall’alto. In quest’isola di spiagge, qui è spuntata una rupe a picco sul blu. E se non bastano venti metri di roccia a conquistare la ragazza o la mancia dei turisti, c’è il supplemento di un albero a fare da vertiginoso trampolino per un volo a capofitto. Negril è la Rimini giamaicana. Alberghi, ristoranti, bagni, bar, souvenir. E sorrisi romagnoli, in questa terra avara di cordialità per lo straniero. Dieci chilometri di spiagge ininterrotte e lucenti, è la vacanza meno dispendiosa dell’isola: ci sono grandi alberghi – uno sta aprendo da duemila camere – ma soprattutto pensioncine familiari e stanze in affitto. E un pasto si può risolvere con una specie di panzerotto piccante dalla pasta sottile ripieno di pesce, pollo o maiale che va alla grande. Si chiama “patty”. Mentre per chi vuol star leggero ci sono i banchetti rasta: fedeli alla loro filosofia propongono solo piatti vegetariani. E, magari, uno spinello al posto del caffè.

Da Montego in direzione ovest, verso Ocho Rios e Port Antonio, i nomi dei paesi finiscono con Bay: una spiaggia dopo l’altra, sulla sinistra, la voglia di fermarsi ogni volta, e baracche di pescatori color azzurro mare. A destra, canna da zucchero, palme e zenzero, banchetti di gamberi lessati e case a palafitta dritte sulle prime colline.
Sulla spiaggia di Rio Bueno, il 4 maggio del 1494, sbarcò Cristoforo Colombo. Un monumento lo celebra e un vecchio rasta travestito da rasta gli fa compagnia schitarrando per i turisti qualche brano di Marley. Forse più consono monumento, la gigantesca rafineria di bauxite, cento metri più in là, affacciata sulla baia da cui partono le navi per il Vecchio continente. Il genovese non era venuto per affari?
Ocho Rios ha un mercatino pittoresco. I venditori sanno che i turisti sono più interessati alle loro facce che alle t-shirt con Bob Marley e si lasciano fotografare solo in cambio di qualche dollaro. Prima sparano cachet da top model, poi si accontentano di cento dollari giamaicani, che sembrano tanti ma sono un Euro. Non c’ è foto gratis in Giamaica: appena si imbraccia la reflex, anche davanti a una spiaggia sconfinata e deserta, qualcuno compare e intima: “Money!”. Inutile spiegargli che non l’avevate neppure visto e che non vi interessa immortalarlo nel vostro album. Come non c’è mai un cielo sconfinato sullo sfondo di un’inquadratura: dovunque passano garbugli e ragnatele di fili elettrici. Lungo le strade grandi cartelloni spiegano che rubare l’elettricità è reato. Ma l’allacciamento fai da te è la regola. (continua)...

venerdì 18 marzo 2011

L'AMERICA ATOMICA DI ELVIS THE PELVIS di Marco Chierici


Per la seconda volta in due anni mi sono recato “in pellegrinaggio” a Graceland,
 la storica e magica tenuta di Elvis Presley. La dentro c’è tutta la sua vita, la sua storia, il vero tipico sogno americano realizzato. Per noi fans entrare in casa di Elvis Presley è un’emozione indescrivibile; osservare e fotografare tutti gli arredi, i 168 dischi d’oro, le dozzine di costumi di scena, le sue stupende auto, le motociclette, i due aerei…e soprattutto la sua tomba. Sul retro della casa, adiacente alla piscina, c’è il Meditation Garden con una fiamma   perpetua e una meravigliosa scultura che rappresenta Gesù con inciso il nome della famiglia Presley. Nel giardino, sempre fiorito e curatissimo, vi riposano insieme ad Elvis i genitori Vernon e Gladys e l’amata nonna Minnie. Elvis ci lasciò il 16 agosto 1977 e a oltre 30 anni di distanza si può ancora vedere ogni giorno ad ogni ora una fila di fans in fila alla biglietteria. Ogni venti persone parte un piccolo pulmino che attraversa l’Elvis Presley Boulevard ed entra dai famosi cancelli della musica. Un muro di cinta in sassi protegge la proprietà ed è così pieno di scritte che nemmeno più un centimetro quadrato consentirebbe di scrivere il proprio nome.
Elvis è ancora oggi l’artista che ha venduto più dischi nella storia; ha da tempo superato il miliardo di copie. Dal 1969 al 1977 si esibì in 1094 concerti con spettacoli sempre sold out e il pubblico in delirio. Fu protagonista anche di 33 film e di qualche special televisivo, il più celebre fu il Come Back Special del 68.
Sono stato nel Tennessee insieme a due miei carissimi amici: Joe Ontario, che è il miglior interprete europeo della musica di Presley, e Ivano Melcangi che è il suo eccellente batterista, nonché un simpaticissimo ragazzo di Milano. Noi lo chiamiamo Ronnie come Ronnie Tutt il batterista di Elvis. Joe, che potete vedere e ascoltare suwww.joeontario.it, ha inciso un singolo niente meno che alla SUN RECORD, la sala di registrazione dove Elvis “esplose” nel 1954 con il suo "That’s all right mama". Poi, durante una visita alla città di Nashville, abbiamo convinto Joe a cantare due pezzi in un locale del centro dove una band si stava esibendo. Quando lui ha preso il microfono e la gente ha compreso le sue qualità canore, il pubblico ha iniziato a fotografarlo e a filmarlo con i telefonini.
E’ stato bellissimo “vivere” il Tennessee e anche il Mississipi dove siamo andati per visitare la casa natale di Elvis, a Tupelo, circa un’ora di auto da Memphis. Di famiglia poverissima, Elvis visse da bambino in una baracca di legno di due stanze senza bagno; frequentò la chiesetta di Tupelo dove iniziò a cantare i gospel, fino a quando a 19 anni divenne un fenomeno planetario. Acquistò subito una casa per sé e per i genitori in un graziosissimo quartiere residenziale immerso nel verde (abbiamo scattato molte foto davanti all’abitazione), ma dovette andarsene dopo un anno perché migliaia di fans non lo lasciavano vivere in pace. Fu in quell’anno che acquistò Graceland, una delle case più belle che io abbia 
mai visto, circondata da alberi secolari e da un ranch con cavalli di razza.
Una sera, vicino alla mezzanotte, siamo tornati davanti alla casa di Elvis, è stata la più bella delle nostre emozioni, tutto il parco era illuminato da decine di luci colorate; un custode è uscito dal posto di guardia e ha parlato con noi almeno mezz’ora rivelandoci aneddoti e storie private del nostro idolo. Rivolgendosi a me, il guardiano ha chiesto da dove venivamo. “Dall’Italia? E che ci fate qui a mezzanotte dall’Italia?!” Ed io: “Noi amiamo Elvis”. E lui: “ Tutti amiamo Elvis”. Non siamo riusciti a corromperlo, era un vero professionista, avremmo pagato qualsiasi cifra per entrare di notte in casa di Elvis e pregare sulla sua tomba. Elvis Presley fu anche uno dei più caritatevoli uomini del secolo scorso, donò milioni di dollari in beneficenza e ancora oggi esiste una Fondazione a suo nome. Elvis is deathless, è immortale; tutti noi lo sentiamo come un amico fraterno e gli vogliamo un mondo di bene.
Non so se un giorno ci torneremo per la terza volta…non si sa mai.

giovedì 3 marzo 2011

LA ROSSA SABBIA DI OMAHA BEACH - di Rita Guidi


Conoscete il Paese dove i prati fioriscono sul mare ? E dove il rigore del vento anche d’estate non intacca la dolcezza delle case bianche a graticcio, i giardini da bambola, il calore - all’interno - delle marmellate e del legno ?
Questa è la Normandia. Il confine più bello. Orlo di Francia ritagliato sulla Manica. Luogo di scogliere e di spiagge di sabbia come di castelli e di cattedrali, di mondanità e di storia. Perché c’è la bellezza più magica e rude della costiera alta, quella che invita all’estasi gotica di Rouen, appena all’interno ; e al mare inquieto che si ritrae o si abbandona ma davvero all’infinito, giocando con i faraglioni e le “falaises” : rocce inarcate sull’acqua. E allora non rinunciate a Etretat, se vi trovate da queste parti. E non rinunciate alle “chambre d’hotes”, e a quelle di Madame Ginette Lebreton o di Madame Huguette Maillard, se proprio volete andare sul sicuro ; e cioè a quella sorta di bad&breakfast in versione normanna, che vi regala (in camera doppia il costo medio è di duecento franchi) un soggiorno tra i legni, le trine, le porcellane, il latte e le marmellate, di queste abitazioni con i balconi fioriti e il tetto spiovente.
Meglio qui che nella costiera bassa, onestamente. Comunque splendida, ma più turistico-mondana : le ville, i casinò, Deauville (serve parlarne ?), o Cabourg dove anche Proust amava soggiornare.
Anche questa è Normandia, certo. Ma poi ce n’è anche un’altra, che tutto questo vi fa dimenticare. E’ annunciata dal rigore asciutto di qualche cartello, non più grande di quelli stradali e consueti che incrociate ai semafori, tra i fiori e la folla : “Overlord les assault”, dicono. Fondo bianco e una freccia, la direzione è di nuovo la spiaggia. Le spiagge, anzi, che però sono altre. Nulla a che vedere col sole (anche se c’è lo stesso), gli ombrelloni o i giochi delle maree. Sono quelle dello sbarco. Chilometri di storia, in sostanza. Svelati da quel percorso attento e rispettoso. Silenzioso. Basta seguire la freccia. Il drammatico sbarco dell'operazione Overlord.  
6 giugno - 21 agosto 1944, quei cruciali giorni rivivono qui, e con una forza che va ben al di là della presenza a tappe di monumenti, carri armati, bandiere, lapidi. Più frequenti appena oltre il mitico ponte qual’è il Pegasus Bridge. Un pellegrinaggio solo un poco più spettacolare ad Arromanche, dove c’è anche un museo e un grande cinema circolare : si proietta a ciclo continuo un documentario di quei giorni. Quasi un film. Quasi come Spielberg, la cui drammatica pellicola da emozioni vietate ai quattordici, va collocata però un poco più avanti, seguendo la freccia, verso est. A Omaha Beach. Dove la sabbia, curiosamente, ha riflessi di rosso, che se fosse altrove sarebbe un colore così bello. E’ questo il luogo silenzioso dove ogni sentire commuove. E’ come ascoltare la storia, la guerra, la morte ; un dolore che si è fatto libertà. Non per il monumento austero e semplice, che raccoglie uno per uno i nomi dei battaglioni americani, uno dopo l’altro qui caduti : di 34.500 uomini, solo 100 arrivarono a destinazione (e alla vita). E nemmeno per quello scoglio, così terribilmente evidente, delle feritoie nemiche, in alto sul colle della  spiaggia ; davvero inespugnabili. L’emozione pura è semplicemente nell’aria. E’ questo verde, altare rigoglioso e vitale, che come in tutta la Normandia ricade fino alla sabbia. Alle spalle, tra le siepi, l’eco ordinata delle croci bianche del cimitero americano, appena visibili, al riparo dagli occhi. E intorno al sentiero che scende verso la sabbia ancora rossa, le rose canine, bellissime da pungere gli occhi. Profumano forte, nel loro rigoglio intoccabile e spinoso come questi luoghi.
Qualcuno arriva fin qui col camper, o ci parcheggia la roulotte. Ma nessuno nemmeno d’estate pensa agli ombrelloni. Quelli appartengono a spiagge vicine, ma è tutta un’altra storia.